
Nel 1790, Immanuel Kant, che contrappone il bello al sublime, torna su questo concetto nella Critica del Giudizio, ampliandolo e distinguendo tra sublime dinamico (espressione della potenza annientatrice della natura, di fronte alla quale l'uomo prende coscienza del limite) e sublime statico (che nasce dalla contemplazione della natura immobile e fuori dal tempo). Sublime non è dunque più la natura bensì l'uomo, che prende coscienza della sua superiorità grazie alla sua morale e alla sua ragione. Al primo tipo appartengono fenomeni spaventosi quali gli uragani o le grandi cascate, al secondo tipo gli spazi a perdita d'occhio del deserto, dell'oceano e del cielo. La contemplazione di tale spettacolo - nell'idea kantiana - induce la mente a prendere coscienza del proprio limite razionale e a riconoscere la possibilità di una dimensione sovrasensibile, da esperire sul piano puramente emotivo.
È in questo senso che il concetto di Sublime ebbe un impatto decisivo sull'estetica romantica, che tuttavia tese per lo più a privilegiarne l'aspetto dinamico, spesso in chiave drammatica. Anche Schiller e i romantici si ispirano al concetto kantiano, il primo individuando anche una funzione educativa del sublime, i secondi attribuendo il significato della massima coscienza cosmica.
Allo scopo di chiarire il sentimento del Sublime, Schopenhauer, nel primo volume de Il Mondo come Volontà e Rappresentazione elenca esempi di passaggio dal Bello al più elevato Sublime.
Per il filosofo, il sentimento del Bello è semplicemente il piacere provato guardando un oggetto piacevole. Il sentimento del Sublime, invece, è il piacere che si prova osservando la potenza o la vastità di un oggetto che potrebbe distruggere chi lo osserva.

Il quetzalcoatlo (gen. Quetzalcoatlus) è il più grande rettile volante finora scoperto, nonché il più grande animale volante mai vissuto sul pianeta, i cui fossili sono stati rinvenuti nei terreni del Cretaceo superiore (Circa 70 milioni di anni fa) in Texas.
I resti fossili di questo pterosauro gigante sono stati rinvenuti per la prima volta negli anni ’70, e furono descritti da Douglas A. Lawson nel 1975. I ritrovamenti erano molto frammentari, ma le poche ossa degli arti, paragonate a quelle del grande Pteranodon, furono sufficienti a ricostruire uno pterosauro dall’apertura alare di circa 18 metri, ovvero un'apertura alare pari a quella di un cacciabombardiere. Il collo, inoltre, sembrava smisuratamente lungo. Lawson descrisse due specie di Quetzalcoatlus, la più grande delle quali era Q. northropi, mentre l’altra non ricevette un nome ufficiale. Successivi studi e ritrovamenti più completi stabilirono che il quetzalcoatlo doveva possedere ali più corte, in proporzione, a quelle di Pteranodon, e quindi l’ampiezza doveva essere inferiore a quanto precedentemente stimato; la misura, in ogni caso, doveva attestarsi su dodici metri di apertura alare. Il cranio, conosciuto per frammenti, doveva essere molto più grosso di quanto precedentemente ipotizzato, ma di costituzione leggera e fornito di una cresta. Altri resti di animali simili sono stati rinvenuti nel Dinosaur Provincial Park in Alberta.
Le dimensioni eccessive di questo pterosauro pongono alcuni quesiti sui limiti strutturali imposti dalla natura agli animali volanti; la questione è ancora aperta, ma si pensa che animali di 18 metri di apertura alare non possano aver solcato i cieli. Vi sono numerose congetture riguardanti lo stile di vita di un tale colosso; con le sue vertebre del collo allungate e le mascelle lunghe e sprovviste di denti, il quetzalcoatlo potrebbe essersi nutrito come i moderni aironi, o forse essersi cibato di carogne come i marabù. Altri studiosi ipotizzano che la strategia per cibarsi fosse simile a quella degli odierni becchi a forbice (gen. Rhynchops). Probabilmente il quetzalcoatlo riusciva ad alzarsi in volo grazie soltanto alla sua forza, ma una volta in aria potrebbe essersi sostenuto in gran parte grazie alle correnti d’aria, privo com’era di volo battente. Sul terreno, il quetzalcoatlo probabilmente camminava su tutte e quattro le zampe.
Si ritiene che per dare il nome a questo rettile si prese spunto dalla divinità americana precolombiana Quetzalcoatl; questa veniva giustappunto rappresentata come un serpente alato.
http://it.wikipedia.org/wiki/Quetzalcoatlus
MILANO - Un ragno predatore grande quanto un piatto da tavola, un ratto che si pensava avesse cominciato a estinguersi 11 milioni di anni fa, uno stupefacente millepiedi rosa. Sono solo alcuni componenti di un «tesoro biologico» scoperto dagli scienziati del Wwf nella foresta pluviale del Mekong, il fiume che attraversa cinque province dell'Asia meridionale. In totale sono state 1068 le specie fino ad ora sconosciute e portate alla luce tra il 1997 e il 2007: 519 specie di piante, 279 pesci, 88 rane, 88 ragni.
IL RAGNO PIU' GRANDE DEL MONDO - «Pensiamo che una simile scoperta sia degna dei libri di storia», ha commentato il direttore del Greater Mekong Programme, Stuart Chapman. Il ragno predatore, il più grande al mondo, ha zampe lunghe 30 centimetri. Non tutte le nuove specie scoperte si nascondevano nella giungla. Gli scienziati hanno raccontato che il ratto è stato trovato in un mercato locale nel 2005, mentre una vipera fino a quel momento sconosciuta è stata notata in una trave di un ristorante del Khao Yai, un parco nazionale nel nord ella Thailandia. La maggior parte di questi strani esemplari sono stati trovati tra le foreste fluviali e le paludi del fiume Mekong, che scorre tra Cambogia, Laos, Birmania, Thailandia, Vietnam e nella provincia meridionale cinese dello Yunnan.
LE MINACCE ALLE RISORSE NATURALI DEL MEKONG - Come spesso avviene in concomitanza con queste scoperte scattano anche gli allarmi sulla salute del nostro pianeta, in particolare in queste zone ancora poco contaminate dalle attività umane. «Molte delle risorse naturali di cui il Mekong è ricco - commenta Massimiliano Rocco, responsabile Traffic e Timber Trade del Wwf Italia - sono oggetto di interesse e importazione da parte della comunità occidentale: legname, pelli di rettile, piante ornamentali, una ricchezza di specie che finisce sui nostri mercati e che rappresenta un'importante opportunità economica per le popolazioni locali. La comunità occidentale è quindi responsabile se questi preziosi patrimoni non vengono gestiti in maniera sostenibile, e deve collaborare con i governi locali trasferendo risorse e know how per una gestione adeguata e duratura, che consenta la conservazione di questa grande ricchezza di biodiversità - importante anche per le nostre economie - e contribuisca ad alleviare la povertà delle economie locali».
Béla Tarr ha due occhi verdi che lanciano sguardi taglienti e una bocca, nascosta da una barba bianca, che pronuncia frasi elaborate. Nascosto nel bozzolo del suo studio di Budapest, quello che molti critici stranieri hanno definito «uno dei cinque migliori registi contemporanei al mondo» riesuma a 51 anni un ricordo dell’epoca comunista: quando il suo insegnante di fotografia gli disse che non aveva «la più pallida idea» di cosa fosse la cinematografia.
I suoi lavori sono poco conosciuti in Europa. Tre dei suoi film – Almanac of Fall (1983), Damnation (1987) e Werckmeister Harmonies (2000) – sono usciti in Ddv solo in Francia, Paese in cui ha vissuto. Tarr afferma di non trovare differenze tra il pubblico dei vari stati europei, pur essendo conscio delle loro diversità culturali: «Se, come regista, riesci a trattare i problemi esistenziali, il fattore umano, allora il tuo film può riuscire a toccare nel profondo l’individuo. E a questo punto poco importa il Paese cui appartiene.»
Il suo ultimo film, presentato a Cannes, è una coproduzione ungaro-franco-tedesca, The Man from London girata in Francia con un cast internazionale di attori cechi e inglesi – compresa una Tilda Swinton doppiata in ungherese – e un cameraman tedesco. Il copione è stato tratto da un giallo dell’autore belga Georges Simenon. Purtroppo, a causa della tragica interruzione dovuta al suicidio, nel febbraio 2005, del produttore Humbert Balsan per problemi finanziari, il film è uscito solo tardivamente.
La sua saga epica Satan’s Tango (1994) sull’Ungheria post-comunista è una sorta di cine-festival lungo sette ore e quindici minuti. Anche The Man from London utilizza gli stessi ritmi rallentati e le lunghe scene in bianco e nero?
Beh, non ci sono sorprese nel racconto della storia. Desidero che che il pubblico veda i diversi "livelli" delle situazioni. La lunghezza di una scena rispecchia l’importanza di un livello che voglio enfatizzare. Cerco di mostrare una sorta di stato in cui ci troviamo e, in questo film, l’ho fatto mantenendo i dialoghi in ungherese.
Dobbiamo aspettarci il ritorno di simboli ripetitivi come quelli visti in Damnation, caratterizzato da pioggia, danza e immagini spigolose?
Esattamente. C’è una specie di ripetizione di questa struttura figurativa, qualcosa di simile che ritorna. Ma cambia totalmente la sostanza, il significato risulta diverso. Questa sorta di monotonia mi è molto cara: sono un fan dei trucchi cosiddetti “anticinematografici”.
La coproduzione vera è una cosa rara in Ungheria. Avviene quando i vari Paesi prendono parte alla produzione del film non solo finanziariamente, ma anche nel processo di creazione vero e proprio. Penso che sia facile essere uno di quegli “ungheresi miopi” per i quali il mondo finisce ai Carpazi, ma io preferisco assumere la prospettiva di Ady, un poeta avanguardista ungherese degli inizi del Ventesimo secolo: Ady scriveva in ungherese, ma ha sempre avuto un pensiero universale. Ecco perché ho collaborato almeno quattro volte con László Krasznahorkai: il suo modo di pensare è simile. Tuttavia, per riuscire a mantenere uno sguardo universale, si deve pur sempre avere un’identità nazionale.
Le industrie cinematografiche nazionali di tutta Europa stanno diventando sempre più protezioniste. In Ungheria siamo soliti parlare di cofinanziamento, per cui un regista ungherese fa un film ungherese con l’aiuto finanziario di investitori stranieri. Io chiamo tutto ciò “pseudo-coproduzione”: è solo un trasferimento di soldi in cambio di alcuni diritti commerciali. Il problema della cinematografia ungherese è che i registi si comportano come prostitute, vogliono solo soddisfare certi bisogni culturali o adattare le sceneggiature alla tradizione nazionale.
Perché le interessano i personaggi socialmente svantaggiati, come Maloin, il manovratore ferroviario di una stazione marittima in The Man from London, o la compagnia circense di Werckmeister Harmonies?
Sono sempre stato sensibile alle tematiche sociali. Le persone che vivono ai margini, morali ed esistenziali, mi interessano più di ogni altra cosa. I loro conflitti sono molto più reali. Nel mondo borghese e benestante di solito questi problemi vengono nascosti sotto il tappeto. Certo, anche quest’ultimo è un universo interessante, ma non per me.
Io non mi sono mai ritenuto un regista: pensavo che la mia unica missione fosse cambiare il mondo. Oggi come oggi mi accontenterei anche solo di riuscire a cambiare il linguaggio cinematografico. Certo, anche il cinema fa parte del mondo e ciò che faccio mi riesce bene, ma sarebbe difficile affermare che questo ha cambiato il mondo in qualche modo. Ma si può sempre contare sulla sensibilità della gente, che non è meschina per sua natura: pecca solo quando le circostanze la obbligano a farlo.
Beh, rilassarsi, cullarsi sugli allori e godersi la vita non fa per me: i continui conflitti e interrogativi sono una caratteristica della mia professione. Girare il film in bianco e nero Werckmeister Harmonies, per esempio, è stata un’agonia, dopo tre lunghi anni di problemi finanziari. Ma poterlo rivedere è stata la motivazione più grande. Non è solo un senso di soddisfazione. È semplicemente un po' di pace.
Arte, libri, cinema, storia, psicologia, informatica, politica estera, sociologia, musica classica e non, geografia... che sono, le materie di qualche liceo o università? Sì certo, e il bello è che il nostro le tratta TUTTE. E in modo enciclopedico. Come farà (faranno?) se lo chiedono in tanti. Le sue enciclopedie della Storia del Rock, opera immane, tanto approssimativa - a tratti - quanto visionaria, sublime e rivelatrice, hanno influenzato tutti coloro che in Italia sprecano inchiostro per raccontarvi dischi volanti e band sotterranee. Il suo sito poi è un dizionario totale e globale (ma per davvero) in cui la scienza si mostra come opera d'arte mostruosa e annichilente, in cui il (non)sapere universale è la pappa dello Scaruffi, che tra la distruzione di Gerusalemme e l'11 settembre (il giorno dopo dichiarava: L'America non è in guerra) ce ne fa vedere di tutti i colori... Dopo il redattore dei redattori, Stefano Isidoro Bianchi, ecco l'onnisciente pioniere del giornalismo via internet (era il 1985!): un'altra icona ispiratrice nella nostra avventura nel post-giornalismo (ma sì, ficchiamocelo un po’ ovunque sto benedetto 'post'). Post-fricchetoni e post-fricchetone, ecco a voi la post-intervista post-post con il post-lui, ovvero il tuttologo, Piero Scaruffi.
SA: Beh Piero, la prima domanda è scontata - non solo ma è una domanda che circola sulle bocche di molti anche al di fuori di questa intervista: sei veramente TU e solamente TU che ti occupi di tutto ciò che sta sul tuo sito? Tutte le tue enciclopedie (rock, cinema, addirittura un saggio sociologico sull'America contemporanea, e altro) e tutte le sezioni del tuo sito (psicologia cognitiva, arte, viaggi, informatica...) sono scritte completamente di tuo pugno?
S: E` come chiedere a Hitchcock chi e` l'assassino... :-)
SA: Veniamo alle recensioni. Negli ultimi 2 anni i voti sono notevolmente calati...
S: Non sono d'accordo. Non mi sembra. Anzi. Guarda i voti degli anni '60: www.scaruffi.com/ratings/1960.html. In certi anni non c'e` nessun 7.
SA: So però che hai ricevuto alcune mail dai lettori che te l'hanno fatto notare, e che hai risposto dicendo che sono semmai le altre riviste che danno voti troppo alti, perché coi dischi rock che ci sono in circolazione le sufficienze dovrebbero essere sempre più rare.
S: Semplicemente diamo un significato diverso a quei numeri. Per me "8" significa che quel disco lo devi comprare subito. Chi da` dieci "8" al mese ovviamente assume un significato diverso. Basta mettersi d'accordo sui termini. "Cara" in spagnolo significa "faccia" e in italiano significa "querida". Stessa parola, ma significati diversi.
SA: A mio avviso il 2001 è stato invece un anno carico di grandi sorprese e ottimi lavori in ambito rock. Perché trovi 'brutti' la maggior parte dei dischi attuali, mentre allo stesso tempo altri sostengono che per il rock questo sia un periodo fertilissimo?
S: Mi baso su cio` che ascolto... A me proprio non sembra. D'altronde non vedo idee nuove in giro. La situazione mi sembra molto simile a quella dei primi anni '60, dei primi anni '70, dei primi anni '80 e dei primi anni '90, facenti seguito a periodi molto creativi. Che il rock abbia un ciclo decennale? L'anno scorso i dischi che mi sono piaciuti di piu` non erano in realta` rock (ed erano quasi tutti strumentali). Quest'anno mi sembra anche peggio. Soprattutto mancano le idee. Ci sono dischi che vengono bene perché ormai anche un terzino della serie C puo` fare un bel disco, con tutti gli arsenali di studio e i produttori smaliziati che ci sono in circolazione. Le idee, purtroppo, e` piu` difficile fabbricarle in studio.
SA: Alcuni paragrafi della tua Enciclopedia del Rock sono punti fermi per molti critici, nonché alcune delle pagine più belle scritte sulla musica rock.
S: Non sono d'accordo. Io di musica non ho mai capito nulla. Ho capito molto bene, secondo me, soltanto i meccanismi che stanno dietro alla musica rock, anzi che stanno dietro alla "storia della musica rock", per essere precisi. Banalmente, i meccanismi per cui un genere o un complesso diventa celebre e "influenza" altri complessi, i meccanismi delle grandi case discografiche, delle classifiche di vendita, etc, tutte cose che in altri generi musicali non esistevano o erano secondari (neanche il jazzista piu` incallito sa dirti se Armstrong, Ellington, Davis arrivarono al primo posto delle classifiche di vendita o meno). La musica rock si porta dietro un bagaglio sociologico ed economico che e` quasi sempre preminente rispetto al fatto musicale. La storia della musica rock e` tutto fuorché (quasi) una storia della musica.
SA: Beh ti chiedo umilmente: puoi svelare allo staff di Succoacido il segreto della 'recensione perfetta'? :-)
S: Il silenzio. Ascolta il disco in silenzio. Tendiamo sempre ad ascoltare musica popolare (rock, jazz, folk, disco) in ambienti affollati e rumorosi (perlomeno in USA non fumosi). Non sara` forse perche' nel silenzio si notano molte piu` cose e con la musica rock e` meglio non notarle?
SA: Mi pare che trascuri nettamente la scena rock italiana, che proprio in questi ultimi anni - grazie soprattutto al lavoro di molte etichette indipendenti tra le quali Wallace e Snowdonia - sta dando frutti notevolissimi. So che addirittura hai apprezzato gli Eiffel65... perché non hai dedicato più tempo alle realtà rock della penisola?
S: Sono profondamente ignorante di musica italiana e pertanto preferisco non cimentarmi (stessa cosa per gran parte delle altre nazioni, alcune, come l'India e la Cina, molto piu` popolose dell'Italia)
SA: Un po' di autobiografismo: come sei capitato in America?
S: Non ricordo.
SA: Che differenze hai trovato passando dalla 'provincia' all' 'impero'?
S: Enormi. Ma ci vorrebbe un libro per rispondere. Soprattutto ho scoperto che tutto cio` che dicevano (e dicono ancora) gli italiani era (ed e` sempre piu`) falso. Per esempio che gli Americani sono incolti, a differenza degli Italiani (gli Americani leggono valanghe di libri, gli Italiani smettono di leggere dopo la scuola; gli Italiani conoscono soltanto i monumenti Italiani, gli scrittori Italiani, etc), o che gli Americani non sanno nulla del mondo mentre gli Italiani... (al contrario, trovo sempre piu` Italiani che hanno idee superficiali sul mondo, e Americani che sanno tutte le capitali del mondo). Soprattutto il mondo visto dall'Italia (e immagino da qualsiasi paese europeo) e` un mondo centrato sull'Italia: i giornali non parlano per nulla di paesi africani, sudamericani e orientali che sono troppo distanti. In USA c'e` una netta dicotomia fra chi si interessa soltanto di fatti locali (e allora sono davvero locali) e chi si interessa del resto del mondo. Nel secondo caso il "mondo" non e` soltanto il Canada e il Messico, ma e` davvero il "mondo", dall'Argentina allo Zimbabwe (sospetto che ben pochi italiani sappiano a quali crisi mi sto riferendo citando quei due paesi). In questo senso l'America apre molto gli orizzonti. Anche il fatto banale di vivere in un paese in cui sono rappresentati tutti i gruppi etnici del mondo (non solo tutte le nazioni) ti aiuta a capire meglio il mondo. E naturalmente non dispiace il fatto che molte tecnologie partono da qua: adesso sono tutti multimediali e sono tutti Internet, ma in USA c'erano gia` arrivati vent'anni fa... statisticamente e` inevitabile che dia un qualche vantaggio (anche fossero 280 milioni di idioti, che non sono). Questo si riflette anche sugli ambienti culturali e artistici. In realta` gli artisti americani hanno molto meno soldi degli europei (perche' il governo americano non finanzia praticamente nulla) ma alla fine vedi che in quasi tutte le arti finiscono per eccellere molti americani. La ragione non e` chiaramente una superiorita` genetica (visto che sono tutti figli di immigrati), ma semplicemente il fatto che vivono in un sistema piu` stimolante e piu` aperto alle novita`. Queste naturalmente sono le cose positive. Poi ce ne sono tante negative, che ti puoi leggere nelle mie webpagine di politica. Ma per la mia formazione spero che siano state preminenti quelle positive, quindi tendo a citare quelle positive.
SA: Sei stato uno dei primi pionieri (forse il primo) del giornalismo via internet. Che ricordi conservi dell'esperienza relativa alla tua prima e-zine (nel 1985)?
S: Ottimi. Tempi veramente eroici. Parlavamo di una musica che pensavamo non ascoltasse nessuno, e invece adesso sono tutti figli di quella musica. L'internet era un po' l'unico posto dove trovavi informazioni. L'internet creo` anche un mondo virtuale in cui importava poco che tu fossi in California o in New Zealand. Contribui` enormemente a far conoscere realta` prima ignorate. Conobbi Foetus perché qualcuno da Berlino continuava a parlare su Internet di quelle serate sconvolgenti. Era veramente un universo parallelo. Era anche tutto volontario e gratuito (a quei tempi non si vendeva nulla su internet) e in gran parte fatto da studenti e da ricercatori universitari (gli utenti principali dell'internet a quei tempi) e quindi, senza offesa per chi non ha la laurea, fatto con un minimo di criterio. Poi le case discografiche hanno denunciato il primo e massimo ispiratore di tutti noi, Dave Datta, e poi c'e` stata l'esplosione commerciale di Internet, che adesso e` diventata un grande centro commerciale. Sono arrivati gli autobus dei turisti (devo dire che gli italiani si sono subito distinti fra i piu` indisciplinati) e oggi e` persino difficile spiegare qual'era l'etica dell'Internet. Mutatis mutandis secondo me e` stata un'esperienza molto simile a quella della controcultura e delle comuni degli anni '60. Confido che le prossime generazioni troveranno un altro modo per fare le stesse cose e aggirare le musiche di regime. Come diceva Marx, il problema e` sempre quello di cambiare il mondo, non soltanto di capirlo.
SA: Dato che buona parte della tua attività è pubblicata su un sito internet, pensi che la rete e le web-zine possano funzionare, o rischiano di essere dimenticate in fretta se non supportate da un'edizione cartacea?
S: L'Internet e` appena nata e la vuoi gia` distruggere? Penso che non abbiamo visto ancora nulla. Fra vent'anni queste cose saranno evolute in modi che non riusciamo neppure a immaginare. Sono relativamente contento che le riviste online non siano riuscite a fare soldi e parecchie siano fallite: chi ci ha provato soltanto per farci i soldi ci ha rimesso. Chi ci ha provato per la passione e` ancora li`. Tutto sommato e` una sorta di vendetta per quelli come me che lo facevano gia` negli anni '80 e che di colpo si sono visti sommersi di "concorrenza". Molti di quei concorrenti cercavano soltanto di far soldi e ancora hanno principalmente quell'obiettivo. Ma fortunatamente e` difficile far soldi pubblicando gratis su Internet. E` facile diffondere informazione, e` difficile far soldi. Una combinazione splendida.
SA: So che curi anche una sezione dedicata alla politica internazionale, esprimendo punti di vista piuttosto 'alternativi' rispetto alle fonti di informazione tradizionali...
S: Sono principalmente uno storico. E` una pura coincidenza che la musica rock sia cosi` celebre e pertanto io sia piu` celebre come storico rock che come storico, per esempio, del primo cristianesimo o del ventesimo secolo.
SA: Ho letto addirittura che per te la soluzione al problema palestinese debba consistere nella totale distruzione di Gerusalemme, confermi?
S: Assolutamente. Faccio fatica a pensare a qualcosa che abbia causato piu` tragedie nella storia dell'umanita`. E` un simbolo della stupidita` e della crudelta` umana. Non provo simpatia, in generale, per le religioni.
SA: So che il tuo sito è costruito secondo una precisa filosofia: rifiuto del business relativo all'industria culturale, rifiuto della pubblicità, assenza di immagini, possibilità di parlare liberamente e negativamente di qualsiasi artista senza scrupoli, eccecc... ci vuoi quindi dire che con il tuo sito (uno dei più seguiti - forse il più seguito dagli ascoltatori di musica rock 'underground' in Italia) non ci guadagni un dollaro?
S: Dipende da come conti. Naturalmente se conti il tempo che ci metto sono in perdita mostruosa. Con le stesse ore potrei fare soldi a palate nell'industria del software. Ogni ora che dedico ad un disco e` una perdita netta. Il website ha anche dei costi vivi. La pubblicita` copre piu` o meno i costi vivi. Pero` ci sono anche degli introiti: un numero crescente di riviste e website compra i testi che pubblico sul website. Si puo` discutere se li comprerebbero comunque. Come minimo, dovrei fare uno sforzo per sollecitare i direttori di quelle testate. Invece il website mi consente di far pubblicita` a mia volta ai miei testi e trovare piu` acquirenti. Quindi io metto tutti gli articoli che vendo negli introiti del website. A me sembra anche che questo modello abbia piu` senso del modello tradizionale della rivista, in cui il direttore ti passa un disco e ti dice di recensirlo entro domani. Quelle recensioni sono quelle di cui ti puoi fidare di meno. I miei pezzi su web si evolvono man mano che ascolto un disco. C'e` un punto in cui qualcuno decide che quel pezzo e` cosi` buono che lo vuole comprare. Quasi mai capita il giorno dopo. Spesso capita anni dopo. E, soprattutto, pubblico anche le recensioni che nessuno mi commissiona, fatto non trascurabile... Su una rivista leggi soltanto le recensioni che il direttore della rivista ha deciso di pubblicare. Su web leggi tutte le recensioni che la gente si e` sentita in dovere di fare. Bottom-up rispetto che top-down. Direi che con il complesso delle attivita` culturali riesco a mantenermi. Certo non ti puoi illudere di diventare ricco con il giornalismo rock... Sarebbe relativamente facile fare come hanno fatto in tanti: vendere dischi insieme alla recensioni. Finche' posso farne a meno ne faccio a meno. Idem per la pubblicita` delle grandi case discografiche, che fanno certamente l'acquolina, ma finche' posso farne a meno... Per adesso era e rimane un hobby, e, come tutti gli hobby, ogni penny che ci guadagno e` una sorpresa.
SA: Curiosità: com'è la giornata tipo dello Scaruffi?
S: Un inferno.
pen: BakuniM
fonte : http://www.succoacido.it/uscite/numero%209/scaruffi.html
visitate il sito : http://www.succoacido.it
L'attuale variabilità genetica della specie umana è estremamente bassa. I genetisti Lynn Jorde e Henry Harpending dell'università dello Utah hanno suggerito che la variazione del DNA umano è piccolissima se comparata con quella di altre specie, e che durante il Tardo Pleistocene, la popolazione umana fosse ridotta a un piccolo numero di coppie genitoriali - non superiori alle 10 000 e forse intorno alle 1 000 - con la conseguenza di un pool genico residuo molto ristretto. Sono state formulate varie spiegazioni per questo ipotetico collo di bottiglia, tra cui la più famosa Teoria della catastrofe di Toba.
Nel 1949 il geologo olandese Rein van Bemmelen dimostrò che il lago Toba è il risultato di una caldera vulcanica, completamente ricoperta di ignimbrite. Ulteriori ricerche dimostrano che le ceneri di riolite che l'eruzione emise si trovano sparse in un raggio di 3000 km. Esse interessano oltre all'isola di Sumatra anche la Malesia e l'India inoltre se ne trovano anche sul fondo dell'oceano Indiano e nel golfo del Bengala.
L'eruzione del supervulcano viene fatta risalire a 70-78mila anni fa. Essa è ritenuta una delle più catastrofiche degli ultimi 500 mila anni. Nella scala Volcanic Explosivity Index viene classificata con una magnitudo di 8. Secondo i ricercatori Bill Rose e Craig Chesner del Michigan Technological University, il volume del materiale eruttato era all'incirca di 2800 km³ di cui circa 2000 km³ di ignimbrite e 800 km³ di ceneri che seppellirono l'intera regione sotto numerosi metri di depositi. Si calcola che nella regione attorno al vulcano esse raggiunsero un'altezza superiore ai 400 metri e sedimenti di oltre 4 m sono presenti in molte regione indiane.
L'eruzione ebbe luogo su più settimane e alla fine l'intera regione collassò lasciando un grande cratere che si riempì d'acqua e al centro una nuova montagna che oggi raggiunge i 1600 metri di altitudine e che forma l'isola di Samosir.
Sicuramente un simile evento lasciò delle ferite tremende in tutto l'ecosistema mondiale del tempo. Molti organismi vennero spinti sull'orlo dell'estinzione e da studi sul mitocondrio umano alcune ricerche suggeriscono che circa 70000 anni or sono[1] la specie umana fu ridotta a poche migliaia di individui. Questo collo di bottiglia nella numerosità della popolazione umana spiega in parte la scarsa variabilità genetica nella nostra specie. Alcuni ricercatori [2][3] fanno risalire all'eruzione del Toba la causa scatenate di quella drastica riduzione. Questa teoria, per ora non appare in contraddizione con le datazioni matrilineari dell'eva mitocondriale, e patrilineari dell'Adamo Y-cromosomale (Y-mrca).
Il ciclope Polifemo, di pura stirpe italica, è solo uno dei molti appartenenti alla razza dei giganti, con le sue sottospecie e parentele, che popolano miti e leggende fin dall'antichità.
I miti e le leggende che costellano la lunga marcia dell'umanità, dalla preistoria fino alla moderna società postindustriale, hanno spesso riguardato esseri infinitamente piccoli o invisibili (elfi, folletti, troll) oppure infinitamente grandi (Giganti, ciclopi). È interessante notare come tali miti, pur nella loro fantasia e a volte manifesta irrazionalità, si siano radicati nell'essere umano quali espressioni di eventi ancestrali, come se l'uomo insomma avesse cercato di rendere razionalmente comprensibili alcuni fenomeni altrimenti inspiegabili. Oltre a rappresentare una "dimensione parallela", il mito si configura allora quale espressione di una delle qualità più eminentemente umane: la fantasia, il potere di sognare e creare, e in qualche modo sostituirsi alla Forza Creatrice in cui ogni uomo crede.
Le forze della Terra, nell'immaginario degli antichi, assumevano volti e corpi; uno dei più usati era quello dei Giganti. Essi compaiono nei miti ora come nemici degli Dei, ora come razza che va scomparendo, ora come corpo da cui la vita stessa ha origine.
Talvolta i viaggiatori si vantavano di averne visti, e nei loro racconti riportavano avventure incredibili. I crani degli elefanti, sbiancati dal tempo, facevano pensare a immani esseri con una sola cavità oculare... e furono i Ciclopi, compagni di Polifemo.
Furono Giganti, primi figli degli Dei.
"La figura dei Giganti è nata probabilmente da molteplici rappresentazioni originarie", presume lo scrittore e divulgatore scientifico Ernst Probst. Secondo lui la fonte è da cercarsi "nei criteri di misurazione assai diversi che esistevano allora, nel vedere in insoliti fenomeni della natura la manifestazione di creature dalla forza eccezionale (si pensava che l'avversario sconfitto avesse proporzioni sovrumane: tali concezioni avevano un loro ruolo nelle storie di draghi), forse anche nelle allucinazioni dovute al consumo di droghe". E ancora: "Quasi ogni Paese aveva un tempo il suo Gigante nazionale, che risaliva quasi sempre al ritrovamento di ossa di elefanti, la cui vera natura era sconosciuta."
Tra i numerosi miti, ci soffermeremo ora su quelli riguardanti i "giganti" nati in un delimitato ambito geografico, il bacino del Mediterraneo.
Generalmente, parlando di Mediterraneo, si pensa alle sole civiltà greca e romana, con i loro vastissimi repertori mitici; la mitologia romana è però frutto della commistione tra quella greca e quella italica ed etrusca, e più a ritroso nel tempo non si esclude che uno tra i più antichi cantori del mito greco, Esiodo, nella metà del VII a.C., sia stato influenzato dalle culture micenee o persiane, per citarne solo un paio, come si vedrà in seguito a proposito di uno dei suoi testi più famosi, la Teogonia.
Presso gli antichi popoli Italici, in epoca antecedente all'avvento di Roma, esisteva per esempio un etimo particolare: "Volcanus, Volkanus o Vulcanus"; si ritiene che sia di origine indoeuropea, e veniva associato a una divinità messa in relazione col fuoco vulcanico, se è vero che il suo culto conservava uno dei principali centri a Pozzuoli, nei Campi Flegrei (luogo che incontreremo, non a caso, in uno dei miti più importanti, la Titanomachia), secondo quanto ci racconta il geografo greco Strabone (64 a.C - 21 d.C.). I Romani ereditarono questo culto dagli Etruschi e finirono per identificare questa divinità con il dio greco Efesto. In particolare, a Roma assunse forte rilevanza il culto di Vulcano nel corso dell'età monarchica, tanto che Servio Tullio - uno tra gli ultimi re - era ritenuto diretto discendente di tale dio.
A loro volta i Greci derivarono il mito di Efesto dai popoli stanziati in Asia Minore e nelle isole Cicladi, quindi da una sorgente diversa da quella italica del dio Vulcano. È risaputo, infatti, che i popoli mediorientali ebbero a che fare con le eruzioni dei vulcani delle Cicladi e dell'Anatolia.
Il tratto dominante dell'area mediterranea, dunque, è questa sorta di sincretismo mitologico che trova ragion d'essere in una delle caratteristiche fondamentali dei popoli stanziati nella zona: la voglia sempre viva di esplorare lo sconosciuto. L'opera di Omero in tal senso ne è l'emblema.
Il viaggio, lo spostamento, è l'attività privilegiata di questi popoli, di quello greco in particolare; viaggi principalmente a scopi commerciali, per aprire rotte più vantaggiose e sicure, e scovare mercati vergini dove poter vendere i propri prodotti: nulla di nuovo, in fondo. I viaggi marittimi avvenivano prevalentemente tra la stagione primaverile e quella estiva, e in ogni caso era raro che ci si allontanasse dalla costa; accadeva quindi che, durante la navigazione, con un occhio si sfiorasse l'immensità delle acque, ma con l'altro si rimanesse attaccati alla Madre Terra. A questo punto, bisogna considerare un fattore per così dire "geologico" dominante del bacino mediterraneo: la presenza di eventi vulcanici primari (soprattutto) e secondari. Tra il XIV e il VII secolo a.C. si ritiene che tali fenomeni dovessero presentarsi in numero ed entità maggiori rispetto ai giorni nostri.
La combinazione di navigazione a vista e vulcani deve aver prodotto nell'immaginario dei marinai la credenza nell'esistenza di Giganti, enormi esseri viventi i cui occhi erano scambiati per quegli enormi fuochi che ardevano sulle coste. Purtroppo, a causa del sincretismo e delle stratificazioni culturali succedutesi nel corso dei secoli, non è possibile gettare uno sguardo unitario sul panorama mitologico complessivo dell'epoca: basti citare il caso della quasi sconosciuta civiltà micenea, cui subentrò quella ben più famosa dei greci. Certo è che in tutte le culture mediterranee esistono riferimenti a culti specifici correlabili a quello primordiale del fuoco sotterraneo: tra i vari esempi ci sono quello delle Vestali romane, o dell'antichissima dea Hestia nel pantheon greco, passata poi in quello romano appunto come Vesta.
Zeus, appartenente anch'egli alla stirpe dei giganti, fu il primo esempio di rivoluzionario cosmico, nella sua lotta contro il dispotico genitore, Crono.
Il panorama mitologico mediterraneo è strettamente legato al tema del "fuoco", inteso come forza insopprimibile, la quale può essere creatrice o distruttrice: tra i miti più famosi si possono inserire la distruzione di Atlantide, la guerra fra i Giganti e Zeus, Prometeo che ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini, il ciclope Polifemo e Ulisse, la Fucina di Vulcano, fabbro di Zeus, l'Averno e la porta degli Inferi, mito vivo addirittura al tempo della Commedia dantesca!
In area greca esiste una leggenda nella quale si vede riflesso il legame tra eventi vulcanici e Giganti: quella che narra del Gigante Talo. Di questo mostro si parla soprattutto nelle Argonautiche, poema epico redatto da Apollonio Rodio (290 - 260 ca a.C) in età ellenistica nel tentativo di rivitalizzare un genere oramai agonizzante. Ci troviamo nel corso del viaggio di ritorno degli Argonauti; Giasone ha già raggiunto il suo obiettivo, recuperare il vello d'oro, ed è riuscito a sedurre la maga Medea (la seduzione era un tema caro alla cultura ellenistica) quando, nei pressi di Creta, si erge innanzi alla sua nave (l'Argo) un immenso Gigante di bronzo, Talo appunto. La forza vitale di quest'ultimo risiede in un'unica vena che corre dalla testa alla caviglia, dove è situato una specie di tappo. Il Gigante cerca di staccare delle rocce da scagliare contro l'Argo, ma Medea riesce, con le sue arti magiche, a provocargli visioni malefiche, che gli fanno perdere l'equilibrio; nella caduta la caviglia si scalfisce, determinando la rottura della vena cosi che il sangue inizia a sgorgare a fiotti. Talo si abbatte morto sulla riva.
Apollonio usa il mito come semplice spunto narrativo (retaggio anche questo della cultura ellenistica) ma le informazioni riguardanti Talo sono numerose, e in genere riconducibili a eventi vulcanici: il Gigante manifestava appunto tale costituzione "vulcanica" scagliando massi contro gli intrusi, bruciandoli, arroventandosi e stringendoli in un abbraccio mortale, e lui stesso aveva lava al posto del sangue.
In mitologia esistono varie storie legate a Talo: per dovere d'informazione bisogna aggiungere che, oltre a un Gigante di bronzo, in altre versioni si tramandava che fosse un toro fabbricato o donato a Minosse dal dio Efesto, per custodire Creta. Il mito narra che egli compisse tre volte al giorno il giro dell'isola, o che visitasse tre volte l'anno i villaggi di Creta, recando tavolette di bronzo con sopra incise le leggi; è presente un legame tra Gigante e cupa oppressione, il che rafforzerebbe l'ipotesi che nell'immaginario collettivo dell'epoca Talo fosse la personificazione del vulcano di Santorini, la cui esplosione si ritiene abbia avuto conseguenze devastanti per la civiltà cretese. Un'altra versione ancora racconta che Talo, nella veste di Gigante di ferro costruito da Efesto, fu da Zeus posto a guardia di Creta quando vi lasciò la ninfa Europa.
Rimanendo sempre nello stretto ambito ellenico, trattando di Giganti non si può tacere circa uno dei testi sul quale si fondano gran parte dei miti che li riguardano: la Teogonia. Si presenta nella forma tradizionale dell'epoca, il poema, ed è composta di 1022 esametri epici: con quest'opera Esiodo tenta di ordinare l'immensità del materiale tradizionale e popolare che circolava fin dalla notte dei tempi circa la generazione degli dèi e l'origine dell'Universo. Per dare un esempio della diversità che si poteva riscontrare nei miti, basti ricordare che per Esiodo la coppia di divinità generatrici è rappresentata da Gea e Urano - scelta obbligata per chi intendesse presentare una sistemazione razionale del materiale mitologico; quale coppia migliore di Terra/Cielo? - mentre per Omero, (il quale, da alcuni passi dell'Iliade, pare essere a conoscenza di cose relative agli dèi che però non sembra aver avuto interesse a trattare nella sua narrazione), tale coppia è rappresentata da Oceano e Teti. Dunque, in ogni autore che si apprestava a trattare argomenti mitologici (e sicuramente ce ne saranno molti le cui opere sono perdute) si nota un'estrema libertà nello scegliere o tralasciare fatti e personaggi.
Va presa con le pinze la definizione di Erodoto (480 - 430 a.C. ca) "pròtoi heuretaì" dedicata a Esiodo e Omero, che tradotta suona quasi come "primi scopritori" [delle cose relative agli dei]. Infatti, il progresso degli studi e le più recenti scoperte archeologiche hanno permesso di capire quale ingente quantità di materiale cosmologico vi fosse alle spalle di Esiodo, materiale risalente per lo più a civiltà anteriori e diverse da quella greca (quella del Vicino Oriente per esempio), e poi passato nella civiltà ellenica per quel fenomeno di sincretismo già accennato prima. Bisogna ricordare che lo stesso Esiodo era figlio di un colono che aveva abitato per lungo tempo a Cuma, una città affacciata sulla costa dell'Asia Minore; inoltre il poeta era originario della Beozia, regione che in tempi anteriori era stata il maggior centro di sviluppo della cultura micenea.
È interessante osservare come, nella Teogonia, Esiodo abbia in un certo modo "classificato" i Giganti in varie stirpi, tutte discendenti dalla coppia Urano-Gea; i due procrearono dapprima i Titani: "l'Ocèano profondo, e Coio, Crio, Giapèto, Mnemòsine, Tèmide, Rea, Iperione, Tea, l'amabile Tètide, e Febe dalla ghirlanda d'oro" e il più importante di essi, "il fortissimo Crono... di scaltro consiglio, fra tutti i figliuoli il piú tremendo; e d'ira terribile ardea contro il padre". Il motivo di tanto odio è presto detto, e ce lo narra lo stesso Esiodo: "Uràno come nascevano, tutti li nascondeva giù nei bàratri bui della Terra, non li lasciava a luce venire".
La seconda stirpe è quella dei Ciclopi (propriamente dal greco kuklops = dall'occhio rotondo): "...[Gea] generava [i Ciclopi] dal cuore superbo, Stèrope, Bronte, e Arge dal cuore fierissimo: il tuono diedero questi a Giove, foggiarono il folgore... solamente un occhio avevano in mezzo alla fronte ed ebbero quindi il nome di Ciclopi". In età arcaica i mitografi distinguevano a loro volta tre stirpi di Ciclopi: i figli di Gea e Urano, appartenenti alla prima generazione di giganti; i Ciclopi "costruttori", artefici di tutti quei monumenti presenti in Grecia o in Sicilia formati da blocchi di pietra così giganteschi che non erano creduti frutto di attività umana (da qui le "mura ciclopiche"); infine, i Ciclopi "siciliani", resi famosi dalla letteratura greca, quella omerica in particolare (ad esempio Polifemo).
Si diceva che essi occupassero le zone più calde dell'Etna, gli antri più inaccessibili e sperduti della Sicilia e delle Eolie, e che fossero, agli ordini di Efesto, i fabbri degli dèi ai quali procuravano le armi. Relativamente al legame dei Ciclopi con il fuoco, bisogna aggiungere che nella Grecia primitiva esisteva una sorta di "corporazione" dei mastri fabbri ferrai, i quali portavano tatuati sulla fronte dei cerchi concentrici, simboli del Sole e del fuoco. Nell'immaginario collettivo, dunque, il simbolo del tatuaggio (che poi diventò l'unico occhio centrale) si legò quindi indissolubilmente al "fuoco".
Mi sembra opportuno evidenziare due importanti conseguenze legate al mito dei Ciclopi: in primo luogo si deve rilevare ancora una volta la relazione "vulcanica", poiché essi abitavano in caverne sotterranee, dove i colpi delle loro incudini e il loro ansimare faceva brontolare appunto i vulcani della zona, mentre il fuoco della loro fucina arrossava la cima dell'Etna. Inoltre, c'è uno stretto legame tra Ciclopi e Natura che sarà avvertito in maniera particolare in età ellenistica, quando l'imponente fenomeno di inurbamento spinse autori come Teocrito (315 - 260 ca a.C.) a riscoprire i valori della natura, seppur in un'atmosfera sognante e idealizzata (insomma, ben lontana da quella delle Georgiche virgiliane). Proprio a questo autore, per esempio, si deve un idillio incentrato sulla figura di un Ciclope, innamorato della bella Galatea, che tuttavia non riesce a conquistare pur sfoderando tutte le sue arti "seduttive"; si assiste, insomma, a una profonda frattura, ormai consolidata, tra mondo cittadino e naturale. La terza stirpe di Giganti figli di Gea e Urano furono gli Ecatonchiri: "...Cotto, Gía, Briarèo, figliuoli di somma arroganza. A essi cento mani spuntavan dagli òmeri fuori, indomabili, immani, cinquanta crescevano teste fuor dalle spalle a ciascuno..."
Oltre alla versione mitica, bisogna registrare anche la posizione assunta dai cosiddetti "evemeristi", seguaci cioè della teoria portata avanti dal filosofo Evemero di Messene (III a.C.): secondo questi, gli dèi altro non erano che uomini leggendari (come potevano essere, per i Romani, Muzio Scevola o la guerriera Camilla) realmente esistiti e divinizzati dalla fama popolare. Secondo tale ottica, dunque, gli Ecatonchiri erano uomini che, in un tempo lontanissimo, avevano occupato la città di Ecatonchiria e avevano porto il loro aiuto agli abitanti di Olimpia (gli olimpici) nella guerra per cacciare i Titani dalla regione.
Ovviamente, non si tardò ad accusare chi appoggiava le tesi di questa vera e propria "filosofia della storia" quali propugnatori dell'ateismo.
Lo stato di equilibrio tra queste tre stirpi venne rotto a opera del Titano più intraprendente, Crono, alleatosi con la madre Gea (disperata per la sorte dei propri figli) contro il padre Urano.
Gea gli offrì lo strumento: "generò del cinerèo ferro l'essenza, una gran falce..." ma lo spirito vendicativo e punitivo era tutto di Crono: "O madre, io ti prometto di compier l'impresa ché nulla del tristo mio padre m'importa: ché egli ai nostri danni rivolse per primo la mente". La ribellione di Crono segna l'inizio di quell'immane lotta che prende il nome di "Titanomachia", una guerra combattuta tra generazioni successive di Giganti (Urano, Crono, Zeus) per la conquista del potere sull'Universo. La detronizzazione di Urano avvenne in maniera molto cruenta: con la falce prodotta dalla madre, Crono evirò il padre, lasciando che i genitali cadessero nel mare (e da qui prende avvio il famoso mito di Venere nata dalla spuma del mare).
Tutta la violenza e la crudeltà di Crono che divora uno dei suoi figli, in un'opera di Goya.
Dopo aver precipitato negli Inferi i fratelli Ciclopi ed Ecatonchiri, ed essersi congiunto con la sorella Rea, Crono ottenne il pieno potere; siamo nel pieno della seconda generazione di Giganti. Ben presto, però, Crono cadde nella cattiva usanza di divorare i propri figli, indotto a ciò dalla predizione dei genitori - depositari di saggezza e conoscenza - secondo cui egli era destinato a venire a sua volta deposto da un figlio: "...aveva saputo dalla Terra, da Uràno fulgente di stelle, che era per lui destino soccombere al proprio figliuolo." In tal modo, a mano a mano che Rea generava i figli, Crono"...l'inghiottiva, come ciascuno dall'utero sacro su le ginocchia della sua madre cadesse...", e questa fine fecero Estia, Demetra, Era e Ade. In una società patriarcale, quale doveva essere quella greca dell'epoca, il timore di venire spodestati dai propri figli doveva essere molto sentito, tanto da aver prodotto una mitologia incentrata proprio su tale "pratica". In tempi più recenti il tema è stato efficacemente trattato da Goya attraverso un affresco eseguito nella fase terminale della sua carriera, nella "Quinta del Sordo": mi riferisco a "Saturno che divora uno dei suoi figli"(1821 - 1823), esposto ora al museo del Prado, a Madrid. Tale affresco è stato riconosciuto dai critici quale emblema della disperazione e della più cupa bestialità del potere che non esita a compiere l'atto più vile per un genitore pur di mantenere il predominio.
Con la nascita di Zeus si giunse al momento della definitiva resa dei conti e allo spiegamento della terza generazione di Giganti. Rea, in procinto di mettere al mondo Zeus, l'ultimo dei suoi figli, su suggerimento dei genitori Gea e Urano fuggì a Creta, dove partorì; in seguito presentò a Crono una pietra avvolta di fasce, che egli prontamente divorò senza accorgersi dell'inganno. A tal proposito, Esiodo ci dice: "...concertarono insieme quanto era segnato dal Fato... la mandarono a Litto, fra il popolo ricco di Creta... [Rea] lo nascose in un antro inaccesso, con le sue mani, sotto santissimi anfratti terrestri... una gran pietra ravvolta di fasce, la porse all'Uranide [figlio di Urano] grande...con le sue mani quello la prese, la cacciò nel ventre, né gli passò per la mente [che] era rimasto immune dal danno l'invitto suo figlio, che con le forti sue mani doveva ben presto domarlo..."
Ecco come ha origine la terza generazione di Giganti, quella che avrà più fama nella mitologia greca: la stirpe olimpica. Ben presto, infatti, la Titanomachia entrò nella sua fase più dura e violenta, lo scontro tra Zeus e gli alleati Ciclopi ed Ecatonchiri, liberati dalla prigione in cui li aveva gettati il fratello ("del suo beneficio poi memori furono sempre") contro Crono unitosi ai fratelli Titani. Il mito racconta che Atlante e suo fratello Menezio si coalizzarono con Crono (il "tempo", ovvio nemico degli dèi immortali) e agli altri Titani nella loro guerra contro gli dei dell'Olimpo. Da parte sua, Zeus, tramite una pozione, indusse Crono a vomitare i figli divorati in precedenza, i quali divennero i suoi alleati più forti.
"E Giove non frenò la sua furia, ma subito il cuore a lui di negra bile fu colmo; e di tutta la forza sua fece mostra..." dice Esiodo. La lotta durò dieci anni, e vide alla fine vincere Zeus e i suoi alleati in accordo al responso di un oracolo, il quale gli aveva predetto che sarebbe riuscito vincitore se avesse liberato i fratelli di Crono - Ciclopi ed Ecatonchiri - imprigionati nel Tartaro.
Anche in tale mito è ravvisabile un legame con eventi vulcanici, basti pensare al modo in cui combattevano Zeus e i suoi: "...ben trecento massi lanciavan dai pugni gagliardi sempre via via piú fitti, copriano i Titani con l'ombra dei colpi...", terribilmente simile a un'esplosione vulcanica. Inoltre il mito narra che la battaglia decisiva si svolse nel cielo sovrastante la già citata area vulcanica dei Campi Flegrei. Al fatto che gli eventi naturali, che all'epoca sferzavano l'area mediterranea, col tempo non si attenuarono, è probabilmente legata l'ultima prova che gli olimpici dovettero sopportare. Il mito prosegue narrando, infatti, la nascita di 24 nuovi Giganti, figli della Terra, nei pressi di Flegra, in Tracia (zona caratterizzata non casualmente dalla presenza di vaste distese ignee) che avrebbero nuovamente dato l'assalto al cielo degli dei, per vendicarsi di Zeus.
Ognuno di tali Giganti venne sconfitto e sepolto vivo sotto i massi scagliati da Zeus o da qualche altro dio olimpico. Il legame più evidente con l'attività vulcanica si nota osservando i luoghi in cui tali Giganti vennero sepolti: Tifone o Encelado nell'Etna, Tifeo a Ischia, altri sotto i Campi Flegrei.
Dunque anche nella "Titanomachia", uno dei miti più famosi e importanti legato ai Giganti, s'intravede riflesso il legame tra leggenda e attività vulcanica, evidente nel modo di affrontare la battaglia (con il lancio di massi e tizzoni ardenti) oppure nella scelta dei luoghi chiave, devastati da cataclismi vulcanici.
Esiste, per la precisione, anche una versione differente del mito, elaborata secondo interpretazioni orfiche, seguendo la quale si assiste a una successiva riconciliazione tra Zeus e Crono, con quest'ultimo che assume la veste di re buono e magnanimo.
In ambito latino, Crono passò come Saturno (divinità tipicamente italica, cui è legato anche un particolare metro arcaico della latinità, il saturnio appunto) con una propria importanza: era usanza, infatti, porre in Campidoglio, come buon auspicio, il trono di Saturno, creduto opera diretta di Romolo.
Presso i Celti e nelle leggende nordiche i ritrovamenti dell'agire dei Giganti, più che a ossa di elefanti, erano probabilmente legati all'esistenza dei dolmen, o all'attività degli elementi naturali (solo esseri eccezionali potevano rappresentare il lavorio delle forze che muovono la Terra).
La figura mitica dei giganti sopravvive e si arricchisce anche nel Medio Evo. Nell'immagine vediamo Re Artù in uno scontro epico contro un rappresentante di questa razza.
In Irlanda un'intera area, la Giant's Causeway, si ritiene sia stata costruita dal leggendario Gigante Finn MacCool per permettere a un Gigante scozzese, Benandonner, di raggiungere la terra d'Irlanda e sfidarlo. Secondo altre fonti, Finn avrebbe costruito il ponte per raggiungere la donna amata attraverso il mare. Una serie di lunghe colonne di basalto s'innalza dal terreno, lungo la costa, e pare tendere verso terre lontane. La zona, creata da una catena di eruzioni vulcaniche e dall'erosione del mare in milioni di anni, è tuttora meta di turisti.
Anche nell'Edda, saga nordica per eccellenza che fu messa per iscritto nel primo Medioevo, troviamo presenza dei Giganti. I Giganti nordici sono assimilabili per alcuni profili ai Titani delle leggende mediterranee (per esempio anch'essi sono collegati all'elemento fuoco), per altri sono invece più simili ai Troll.
L'inizio dei tempi è scandito dalla nascita di due esseri, uno dei quali è Ymir il Gigante. Da Ymir discende una razza di giganti, e solo in seguito la razza degli uomini. Tra uomini e Giganti, malvagi di natura, nasce una lotta vinta dai primi e dai loro Dei. Dal corpo di Ymir, Odino e i suoi fratelli creano il mondo: dalla carne la terra, dal sangue mare e fiumi, dalle ossa le montagne, dai capelli gli alberi, dal cranio la volta celeste e dal cervello le nuvole.
Il rapporto tra uomini e Giganti è raramente pacifico; come gli antichi dèi (Zeus, Odino) così gli eroi delle leggende bretoni e scozzesi affrontano i Giganti come nemici, sconfiggendoli più spesso con l'astuzia che non con la forza. In Scozia, due Giganti del Loch Shiel vengono gabbati da un uomo: con la scusa di stabilire chi sia il più forte tra loro, vengono convinti a lanciare le rocce di un glen, un appezzamento di terreno, il più lontano possibile. Gli sciocchi finiscono poi per perdersi per sempre agli estremi del mondo, una volta giunto il momento di recuperarle, lasciando agli uomini un campo eccezionalmente privo di rocce.
Dietro alla costruzione dei maggiori cerchi di pietre ci sono leggende di Giganti: di fronte a quei massi colossali infissi nel terreno, ci si chiedeva quali forze immani fossero state in grado di erigere tali opere. Lo stesso cerchio di Stonehenge viene chiamato "danza dei giganti".
Anche la Bibbia parla spesso di Giganti. Nel "Deuteronomio" gli Ebrei, giunti nella Terra Promessa, trovano a Rabbath il letto di ferro di un Gigante scomparso, "era lungo nove cubiti e largo quattro...", o li incontrano: "vedemmo i giganti, i figli di Anak che discendono dai giganti e ai nostri occhi noi eravamo di fronte a essi come dei grilli - e ai loro occhi eravamo come dei grilli". In Genesi 4,1.4: "in quel tempo sulla terra vi erano dei Giganti e in seguito quando i figli di Dio si unirono alle figlie degli uomini ed ebbero dei figli, questi figli divennero uomini potenti e furono celebri eroi nell'antichità".
Senz'altro il più famoso tra i Giganti biblici è Golia, e la sua vicenda diviene il simbolo della vittoria del bene sul male, dell'astuzia sulla forza violenta. Benché non altrettanto celebre, Og è un altro dei Giganti citati nella Bibbia meritevole di richiamo. Mosè lo sconfigge durante la conquista di Canaan, e secondo la mitologia ebraica esso faceva parte dei numerosi Giganti antidiluviani, l'unico a sopravvivere al diluvio perché l'acqua gli arrivava appena fino alle ginocchia.
Un altro episodio biblico narra che nei dintorni di Ebron vivesse una stirpe di Giganti, discendenti da Anak: gli Anakiti. Tre figli di Anak (Achiman, Sesai e Talmai) gettarono nel panico gli israeliti durante il loro cammino verso la Terra Promessa.
Probabilmente da questi Giganti prendono il nome quelli che nel mondo greco erano venerati come stirpe di dèi e di antichi re, gli anachi.
In Austria e in Germania i Giganti si muovono in selve, grotte e boschi. Aimone, per esempio, era un gigante che aveva dimora vicino alle sorgenti del Reno. Scontratosi con un suo simile di nome Tirso, che abitava la valle dell'Inn, l'aveva ucciso. La cosa non era piaciuta agli abitanti locali, tant'è che Aimone fu costretto a riparare al proprio misfatto affrontando una creatura mostruosa che funestava la zona.
Il Bayernkonigsloch (tana del re bavarese), una località situata nel nord del Tirolo, secondo alcune leggende locali deve il suo nome ai Giganti che avevano cura di sorvegliare "l'ingresso ai padiglioni dell'imperatore". Molte leggende narrano di Riibezahl, il genio del monte dei Giganti, che aiutava i viandanti ma si vendicava senza pietà di chi osava dileggiarlo.
Nelle saghe del Reno i Giganti sono numerosissimi.
Un Gigante di nome Tannchel avrebbe fatto saltare le rocce che facevano ristagnare le acque del Reno nella zona della Foresta Nera.
Cronache medioevali infine raccontano che l'imperatore Massimiliano in persona abbia sconfitto l'ultimo Gigante dell'Odenwald, in un torneo svoltosi nella città di Worms, situata sulla riva occidentale del Reno. In epoca medioevale un uomo particolarmente grosso e alto non poteva che far pensare ai caratteri del mito.
Non c'è area del mondo conosciuto in cui i Giganti non abbiano avuto un qualche ruolo.
Espedienti nella crescita del personaggio, o spiegazione di fenomeni inspiegabili, queste leggende sorgono dappertutto, perfino in America Latina (alcuni studiosi parlano a riguardo di una razza vera e propria, teorizzandone l'esistenza... in qualche luogo).
Il Gigante pare dunque rispondere a un'esigenza umana, quella di dare alla natura un volto razionale simile a quello umano. Un archetipo quindi, un mito per spiegare quanto non è o non era possibile spiegare.
Testo riprodotto su autorizzazione della redazione di Terre di Confine e apparso sul numero 2, gennaio 2006, della rivista

Barbara Foglieni
MILANO — Nell'anno del premio Nobel al francese Luc Montagnier, scopritore del virus dell'Aids, una biologa molecolare italiana ne ha individuato una pericolosa variante: l'Hiv-1. Pericolosa perché non registrabile da alcuni dei test più frequentemente usati per sapere se l'infezione è in corso oppure no. Per esempio per valutare se il sangue donato è «pulito». Negli Stati Uniti la scoperta ha avuto il giusto risalto al meeting annuale dell'American association of Blood Banks (l'associazione americana delle banche del sangue), svoltosi nei giorni scorsi. L'Aids per il mondo è un nervo ancora scoperto e la «variante Lecco», così è stato chiamato l'Hiv-1 (frutto della ricombinazione di due ceppi diversi del virus), riaccende l'attenzione anche per quanto riguarda la sicurezza delle trasfusioni.
Quello che non è chiaro negli Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna dove la biologa di Lecco ha passato una settimana (a Cambridge con soldi dell'Unione europea) per sequenziare la «sua» variante, è che l'artefice della scoperta guadagna poco più di mille euro al mese (1.200 con gli straordinari) e che a fine marzo sarà disoccupata. È il «paradosso italiano» a colpire ancora. Barbara Foglieni, 32 anni, artefice della scoperta della nuova variante del virus dell'Aids, è una precaria. Tra tre mesi sarà disoccupata: il suo contratto a termine all'ospedale «Manzoni » di Lecco scade a fine marzo. «Spero me lo rinnovino», dice. Lei lavora nel laboratorio di Biologia molecolare del Dipartimento di medicina trasfusionale e di ematologia (Dmte) del «Manzoni», diretto da Daniele Prati. Ancora tre mesi di lavoro garantito. E poi? Potrebbe diventare un «cervello in fuga ».
È già corteggiata dai centri di ricerca di mezzo mondo. Dieci ore al giorno in laboratorio con una paga da badante, una passione per la ricerca scientifica e una vita di studi. L'amore per la scienza sbocciato sui banchi del liceo. «Dopo la lettura di un libro del nobel per la chimica Kary Mullis, la cui scoperta ha rivoluzionato la genetica», racconta. L'esperienza negli Usa (Clinica pediatrica di Philadelphia) e al San Raffaele di Milano. Quindi, nel 2007, Barbara torna a Lecco. Perché? «Per due motivi — risponde —: qui vive la mia famiglia e il primario Prati mi ha convinto a seguirlo da Milano a Lecco». Ma anche perché convinta che in un'ospedale di provincia «si possa fare dell'ottima ricerca, basta tantissima buona volontà». Tanta buona volontà. E Barbara Foglieni ne ha tanta. Basti pensare che per lavorare in una struttura pubblica, si è addirittura dovuta laureare due volte. Burocrazia italiana. Altro paradosso.
Una storia nella storia: «La prima laurea nel 2000 in Biotecnologie alla Statale di Milano non mi permetteva di iscrivermi all'ordine professionale dei Biologi. Mi hanno obbligato a conseguirne una seconda (a Napoli, dopo tre esami e una nuova tesi, nel settembre scorso), di quelle che adesso si chiamano "specialistiche", sempre in biotecnologie. Stessi studi e stesse materie, ma ora posso lavorare nel pubblico». Vinta anche la burocrazia, due mesi fa Barbara, con l'équipe guidata da Prati, ha scoperto la «variante Lecco» del virus dell'Aids. In Inghilterra o negli Stati Uniti avrebbe già un finanziamento personale per portare avanti gli studi. In Italia no. Per la brillante Foglieni c'è lo spettro della disoccupazione.
Mario Pappagallo
23 dicembre 2008
questo fumetto racconta le avventure di un medico senza licenza, soprannominato Black Jack. Quello che rende Black Jack un chirurgo ricercato è la sua abilità straordinaria che gli permette di curare malattie considerate incurabili da tutti gli altri medici e di fare interventi impossibili. black jack cura tutto con il bisturi, e si fa pagare somme esorbitanti. Di lui si sa solo ciò che si può osservare e provare a dedurre.
racconti appaiono malattie reali, anche se rilette in un ottica deformante e amplificata, per sfruttare la poesia e affrontare l'etica. black jack non è un eroe: si muove per denaro e se necessario compie operazioni che avrebbero disgustato lo stesso Dott. Frankenstein, ma al tempo stesso in qualsiasi occasione è a favore della vita e per sostenere le sue posizioni (sempre in condizioni estreme [d'altronde CHI contatterebbe un medico senza licenza?]) rischia persino la sua. È emozionante l’epopea di questo incredibile chirurgo dalle capacità dichiaratamente sovraumane e dal bizzarro aspetto(ebbene si... perchè black jack non rivela la sua identità nemmeno al lettore e il suo corpo è coperto di cicatrici...)
I Notostraca sono un ordine di piccoli crostacei appartenenti alla classe Branchiopoda. L'ordine comprende una sola famiglia (Triopsidae) suddivisa in due generi.
Gli appartenenti al genere Triops hanno due occhi composti ed un solo occhio naupliare posto fra gli altri due. La morfologia esterna apparentemente non ha subito modifiche da quella del Triops cancriformis nel Triassico 220 milioni di anni fa. Il Triops cancriformis potrebbe essere la più antica specie animale ancora vivente [1] I membri dell'ordine ormai estinto dei Kazacharthra sono molti simili essendo discendenti di questo ordine.
Anche se i notostraci somigliano agli anostraci, la struttura è profondamente diversa. La testa e la parte anteriore del torace di questi crostacei sono coperti da uno scudo piatto ed ovale. Sul bordo anteriore della corazza, su una piccola sporgenza, sono posti due occhi composti scuri e senza palpebre. Tra di essi è posto un singolo occhio naupliare. Dietro i tre occhi si trova uno strano organo composto di quattro cellette la cui funzione non è chiara, potrebbe essere un organo che secerne internamente qualche sostanza. Il bordo posteriore della corazza ha un incavo semicircolare che lascia scoperta la parte posteriore del torace. L'addome termina con un telson sul quale sono posti due lunghi uropodi segmentati chiamati furcae.
Osservando un notostraco dalla faccia ventrale, si può facilmente notare la struttura dei suoi segmenti e degli arti. Nella parte anteriore il carapace piega verso la parte ventrale dove si unisce ad un grosso labbro (labbro superiore) di forma pressoché quadrata. Il primo e secondo paio di antenne sono molto piccoli mentre le mandibole sono piuttosto grandi con molte proiezioni dentali. La bocca è collocata tra le mandibole dietro il labbro. Dietro le mandibole ci sono due mascelle. Come negli anostraci, su ognuno dei restanti 10 segmenti toracici sono poste due zampe. Le zampe hanno, sul lato interno, sei lobi che spingono il cibo verso la bocca; sul lato esterno c'è un grande lobo natatorio ed uno per la respirazione trasformato in una branchia (gli anostraci hanno due lobi per la respirazione per ogni zampa). Studi dettagliati sui muscoli hanno portato alla conclusione che le zampe dei notostraci e degli anostraci non hanno relazione filogenetica, apparentemente si sono evoluti in modo indipendentemente pur avendo la stessa funzione.
Il primo e, meno ovviamente, il secondo paio di zampe di un notostraco differisce dalle altre paia di zampe perché i quattro lobi interni si sono modificati in una struttura allungata e segmentata a forma di flagello che sporge dai lati del carapace. Questi sono degli organi sensoriali che somigliano alle antenne degli altri crostacei. Questa modifica dei lobi interi delle zampe anteriori è sicuramente associata alla riduzione delle antenne.
Nelle femmine l'undicesimo paio di arti è dotato di una struttura abbastanza particolare: il grande lobo esterno, che negli alti arti è utilizzato per il nuoto, si è modificato in una capsula in grado di accogliere le uova. Nei maschi l'undicesimo paio di zampe è uguale agli altri.
Un'altra caratteristica sorprendente dei notostraci è che ogni segmento toracico dal tredicesimo in poi, porta da quattro a sei paia di zampe quindi queste specie possono avere fino a settanta zampe, più degli altri crostacei. Le zampe diventano più piccole mano a mano che si va verso i segmenti posteriori, gli ultimi segmenti sono privi di zampe.
Una evidente differenza fra i notostraci e gli anostraci è che nei primi le zampe anteriori sono dotate alla base di alcuni aculei che puntano verso l'interno. I notostraci usano questi aculei per raccogliere grossi pezzi di cibo e passarli da una zampa all'altra fino alla bocca. Gli anostraci filtrano il cibo sospeso nell'acqua mentre i notostraci non sono in grado di farlo. I loro arti posteriori servono soprattutto alla respirazione, difatti si può notare che anche quando sono fermi continuano a muovere gli arti posteriori mentre quelli anteriori sono fermi. Durante il nuoto le zampe si piegano e si raddrizzano con un movimento ad onda. Lo zoologo svedese Lundblad fece un esperimento versando alcune gocce di carminio nell'acqua vicino alle zampe posteriori e notò che l'acqua si muoveva lentamente in avanti verso la fessura formata dalle zampe posteriori, appena raggiunto il decimo paio di zampe il flusso si intensificò mostrando l'importanza degli arti anteriori nel portare il cibo alla bocca.
La visione è importante durante il nuoto dei notostraci: illuminando il fondo di un acquario posto in un ambiente buio questi crostacei cominciano a nuotare capovolti quindi gli occhi posti sul dorso sono sensibili alla luce. L'esperimento porta allo stesso risultato anche coprendo gli occhi ed il crostaceo è posato col ventre sul fondo. Apparentemente i notostraci reagiscono alla luce perché l'occhio naupliare attraversa il corpo fino al lato ventrale di fronte al labbro superiore dove è posta una zona non pigmentata. In conclusione i notostraci sono sensibili alla luce simultaneamente proveniente da sopra e sotto.
Il senso della vista non è utilizzato per la ricerca del cibo ma si avvalgono di speciali recettori chimici concentrati sulle strutture a forma di antenna poste sul primo paio di zampe. Un notostraco può scovare facilmente un lombrico in un acquario e mangiarlo. Gli studi mostrano che se viene aggiunto del chinino al verme, il crostaceo lo percepisce con le antenne e si rifiuta di mangiarlo.
Non potevo non spendere 2 parole: il disco è uno dei peggiori che abbiano mai fatto. Lemmy ha scritto diversi album impegnandosi come se fossero gli ultimi, ma poi è sempre andato avanti. Eh si, perchè ad andare al rainbow tutte le sere dopo un po' ci si smarrona le palle e per divertirsi veramente si deve andare in tour. Il tour è come la gita delle scuole medie superiori. Non è una vacanza: è meglio. Per convincere le case a mandarti in tour devi cagare un album. Grande lemmy!! Vai avanti finchè puoi(e per come stanno le cose potrai per ancora un bel po' secondo me), perchè tu si che sei veramente un mostro, io se avessi anche solo potuto fare la tua vita on tour per un mese, sarei tornato in barella. Come meglio non poteva andare il nome dei motorhead è sempre più rinomato e questo è il frutto di un lavoro cumulativo di decenni. Mille altri gruppi sono morti, altri persi per strada altri ancora impossibilitati nonostante la voglia e le capacità. Altri ricordati una volta ogni tantoe basta. Il disco nuovo sta andando benissimo e anche gli altri meno recenti lo seguono a ruota. A me piace stare qua in bassa Lombardia e pensare che lemmy phil e mikkey e soci della crew sono in tour a sguarare. Di notte si suona e di giorno si viaggia. E ci si devasta di alcool e di vita il più possibile. Caro Lemmy tu sai di essere un piccolo fossile vivente del fare e vivere la musica; provieni da un periodo in cui le cose funzionavano in modo diverso....stasera brindo alla vostra! 




Jude l'Oscuro (titolo originale Jude the Obscure) è l'ultimo romanzo di Thomas Hardy. Pubblicato inizialmente a puntate su un giornale, venne poi edito come libro completo nel 1895. Il testo, ribattezzato dalla critica Jude the Obscene (Jude l'Indecente), venne inoltre bruciato pubblicamente dal vescovo di Exeter lo stesso anno.
Il protagonista della storia è Jude Fawley, un giovane uomo appartenente alla classe più umile della società, il cui sogno nella vita è di divenire letterato. Altri due personaggi cruciali del racconto sono la volgare prima moglie di Jude, Arabella, e Sue, cugina e seconda moglie.
Il romanzo racconta la storia di Jude Fawley, un povero giovane che vive nell'immaginaria regione del Wessex e che aspira a divenire studente a "Christminster", una città su modello di Oxford, in Inghilterra. Nel suo tempo libero lavora nella panetteria di sua zia che provvede a insegnargli la lingua greca e il latino. Prima di tentare di entrare all'università, l'ingenuo Jude viene spinto a sposare una grezza e superficiale ragazza del posto, Arabella Donn, che lo lascia nel giro di due anni. Durante questo periodo Jude abbandona completamente lo studio dei classici.
Jude si trasferisce quindi a Christminster e si mantiene facendo il muratore; nel frattempo studia solo, speranzoso di poter accedere poi all'università. Qui incontra e si innamora di Sue Bridehead che sposerà Mr Philloston nonostante l'amore per Jude. Sue è attratta dalla normalità del suo matrimonio con l'insegnante ma in breve tempo si renderà conto della sua infelicità poiché non è minimamente attratta fisicamente dal marito (si scoprirà non essere attratta dalla sessualità in generale).
Sue lascia Philloston per Jude. I due vivono assieme per un po' di tempo senza avere rapporti sessuali e senza sposarsi. Entrambi difatti non vogliono sposarsi per ragioni familiari (matrimoni finiti male) e per la convinzione che l'unione obbligata dalla legge possa distruggere il loro amore. Jude convince Sue ad avere rapporti sessuali con lui e da questi vengono concepiti alcuni bambini. Venne inoltre affidato a Jude il figlio avuto dal matrimonio con Arabella e del quale non seppe nulla fino a quel momento. Il nome del bambino è Jude, soprannominato "Little Father Time".
Jude e Sue vennero completamente emarginati per la loro relazione illegale, specialmente dopo la nascita dei loro figli. Conosciuta la situazione familiare di Jude, i datori di lavoro lo licenziarono e i proprietari terrieri non vollero più avere rapporti con lui. Il precoce primogenito Little Father Time, cosciente dei problemi in casa, decide di uccidere i due figli di Sue strangolandoli con una corda da pacchi e di suicidarsi impiccandosi con una gruccia. Il ragazzo lasciò un biglietto per i genitori con scritto "Fatto perché siamo tropi" (errore voluto dall'autore "Done because we are too menny").
Il trauma di questi eventi spinse Sue a una crisi di colpa per la sua mancata religiosità. Nonostante il ribrezzo provocato dell'ex marito, Sue decide di tornare con lui nella speranza di riacquisire la tranquillità economica e sociale venuta a mancarle durante la storia con Jude. Jude , demoralizzato, viene ingannato attraverso l'uso dell'acol a risposare Arabella. Dopo un'ultima disperata visita a Sue, egli si ammala gravemente e muore.
Gli UK furono un gruppo progressive rock britannico dalla vita purtroppo breve. La band fu fondata dal cantante\bassista John Wetton e dal batterista Bill Bruford (insieme nei King Crimson). Il primo chiama il tastierista/violinista Eddie Jobson (conosciuto nei Roxy Music), il secondo il chitarrista Allan Holdsworth (con cui aveva suonato nei Gong). Il loro primo, omonimo album (1978) è considerato un classico nel genere.
Dopo la dipartita di Bruford e Holdsworth per formare la band jazz-rock Bruford, il batterista Terry Bozzio (come Jobson un altro ex-musicista di Frank Zappa) entrò a far parte del gruppo, che registrò il disco "Danger Money". Dopo il seguente tour in Giappone e l'acclamato live "Night After Night" (che conteneva anche alcune tracce inedite), la band si sciolse. Eddie Jobson lavorò poi coi Jethro Tull, mentre John Wetton divenne uno dei fondatori degli Asia e Bozzio formò i Missing Persons con sua moglie.
La musica degli UK era caratterizzata dall'estremo virtuosismo dei componenti, dalle armonie jazz, dall'utilizzo di tempi dispari (come i 7/4 in "In the Dead of Night"), dall'occasionale utilizzo del violino elettrico e dalle inusuali variazioni delle sonorità che Jobson riproduceva col sintetizzatore in sede live.
È da segnalare il fatto che nel 1997 molte voci volevano una reunion degli UK. Un ritorno insieme di Jobson, Wetton e Bruford venne pianificato, ma si trasformò presto nel progetto solista di Eddie Jobson, Legacy, con i contributi di Wetton che vennero rimossi. Legacy conteneva comunque grandi musicisti, come: Tony Levin (King Crimson, Peter Gabriel) e Steve Hackett (ex-Genesis). Il disco rimase però inedito e sembra essere stato completamente abbandonato. Tre canzoni di Legacy vennero anticipate in Voices of Life, una compilation del coro delle voci bulgare. Queste tracce vennero prodotte e composte da Eddie Jobson: lui suona su due di queste, mentre Bruford e Levin suonano sull'altre. Ad oggi le voci sulla reunion continuano, ma niente è ancora stato ufficializzato.

Prima di tutto una curiosità: nei giorni precedenti l’uscita di “The Rule Of Thirds” i curiosi e gli impazienti avrebbero potuto trovare sulla Rete un “advanced promo” dell’ultimo lavoro di Douglas P.; peccato che quelle 13 tracce altro non fossero che una raccolta di Connie Francis, melensa cantante pop degli anni 50-60... Niente vieta di pensare che dietro il simpatico scherzo non ci fosse altro che lui, mister Death In June, pronto a punire così coloro che non volevano aspettare il momento da lui stabilito. D’altronde sono anni che Douglas P. sfrutta bene le potenzialità del web, con tanto di sito ufficiale (anzi, due), Myspace, ITunes e così via. C’è una ragione precisa, comunque, per iniziare a parlare di “The Rule Of Thirds” con l’aneddoto di cui sopra; nonostante la sua dimestichezza con i mezzi di comunicazione attuali, infatti, questo nuovo lavoro, che segue di quasi quattro anni il precedente “Alarm Agents” in comproprietà con Boyd Rice, appare del tutto slegato da contingenze temporali e da una qualsiasi attualità, e segna una nuova fase nel percorso artistico dell’uomo. Quanto poi questa possa essere feconda, è tutto un altro discorso.
Per introdurlo al meglio, si vuole qui ricordare una differenza emersa proprio in questi anni tra Douglas Pearce e David Tibet, l’altro grande protagonista del calderone chiamato neofolk, o con altri distinguo folk apocalittico. Laddove quest’ultimo ha ampliato sensibilmente il suo giro di collaborazioni anche con personaggi apparentemente lontani dal suo humus culturale, mantenendo tuttavia intatta la sua vena lirica e poetica, Douglas P. si è definitivamente ritirato in un eremo solitario, in tutti i sensi. Chiuse tutte le collaborazioni, interrotta l’attività dal vivo, il suo Fort Nada in Australia è diventato un bunker dove seppellirvici, con l’unico contatto con il mondo esterno fornito da una connessione via modem per i suoi affari (il tutto detto in senso lato, ovviamente).
Allo stesso modo, la musica di quest’ultimo “The Rule Of Thirds” (per inciso, il titolo richiama un concetto della fotografia che permette di dare equilibrio estetico alla scena da ritrarre), è stata definitivamente spogliata da ogni altra possibile influenza e aggiunta, riducendosi al solo suono di chitarra acustica, solo a tratti sporcato da interferenze ambientali quali estratti da dialoghi, film o stralci sinfonici rimasticati.
Quello che ascoltiamo è quindi una versione purificata di quel folk europeo che lui ha contribuito forse più di altri a rendere genere autonomo e riconoscibile, ma che in realtà si traduce in una semplice rilettura dei temi musicali e lirici che l’hanno fatto conoscere e apprezzare. Le atmosfere rimandano a “Rose Clouds Of Holocaust” e in certi passaggi agli ultimi due album, solo più scarne e rarefatte. Il problema è che il risultato appare ai primi ascolti sconfortante: questo album suona non tanto vecchio, quanto già sentito senza nulla più che lo innervi; pesa soprattutto l’eccessiva monotonia che serpeggia in tutte le tredici canzoni, dovuta alla chitarra monocorde e al canto, sempre carezzevole ma anch’esso poco propenso alle variazioni armoniche, che non trova adeguato risalto data la veste spoglia che lo accompagna.
C’è qualcosa, allora, che impedisce di considerare del tutto bocciato “The Rule Of Thirds”, e guardare con amarezza al declino artistico di questo artista? Forse la consapevolezza che nella loro povertà queste canzoni suonano comunque sincere e appassionate; la voce non ha perso il suo fascino conturbante e le melodie hanno la grazia consueta di altre composizioni.
Si affaccia l’ipotesi che i temi eterni in cui si dibatte Douglas P. non abbiano necessità di altri sfondi, e semmai egli abbia voluto rendere più classico e “incontaminato” il suono che l’ha reso figura di spicco nel panorama gotico e post-industriale.
Ora come ora però questa “purezza” suona impoverita e debole, lasciando il terribile dubbio che dietro cotanta poetica, dietro armonie e miti che pescano nel cuore dell’Europa e che risplendono qui una volta di più, non vi siano altro che sterilità e incapacità di comunicare.
Death In June stavolta sembra suonare per sé, per ribadire a lui stesso innanzitutto un primato e dichiarare di non aver bisogno d’altro, e lo dice infatti tra le righe di “Truly Be”. E se davvero così fosse, sarebbe difficile parlare con cognizione di causa anche delle singole canzoni, che pure mostrano lati ancora interessanti: a parte le prime tre-quattro, che scorrono via senza particolari tratti distintivi, in “The Perfume Of Traitors” la voce assume cadenze velenosamente dolci, le stesse che fecero grandi canzoni come “Runes And Men”.
“Last Europa Kiss” è semplicemente classica nel tema e nelle atmosfere, qui più accese, “My Rhine Atrocity” campiona curiosamente uno stralcio da un film italiano anni Cinquanta, mentre la conclusiva “Let Go”, la più strutturata a livello di produzione, avvolge in un abbraccio caldo e struggente, da ultimo addio. Ma sembra proprio questo il sentimento che si prova al termine dell’ascolto, un addio all’artista e a una proposta che forse ha raggiunto qui il suo ultimo miglio.
In definitiva, “The Rule Of Thirds” difficilmente attirerà nuovi adepti del culto Death In June, e anzi è possibile che molti se ne distacchino, scoraggiati da un lavoro che suona ancora sincero ma non offre molte soluzioni d’ascolto.
Il voto finale, dunque? Lo si consideri in equilibrio tra quella che può essere la valenza di questo disco, e la speranza che dopo essersi spogliati di tutto, si abbia la volontà di percorrere una strada diversa per esprimere la propria visione artistica.
(01/04/2008)