ZINNI SI INCAZZA

CONTENITORE DI ESPERIENZE, IDEE, RIFLESSIONI E ANNOTAZIONI DISORDINATE DI NICOLA ZINNI                               «I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori» Catone                                                                                                                                                                      «Tutti i maiali devono morire: le loro ricchezze rubate, in realtà sono mie» Douglas Pearce

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domenica, 15 novembre 2009

YOKO KANNO

Yoko Kanno  (prefettura di Miyagi; 19 marzo 1964) è una musicista giapponese, autrice di numerose colonne sonore di film e cartoni animati.



Biografia



Kanno iniziò a studiare il piano all'età di quattro anni, e, sebbene si sia laureata all'università Waseda (Tokyo) e abbia conseguito un periodo di formazione musicale a Parigi, è un'autodidatta nel campo musicale.



Nel 1987 entrò nel gruppo Tetsu 100%, (traducibile come "100% metallo") come tastierista e autrice di canzoni, fino al suo scioglimento nel 1989. Nello stesso anno cominciò a collaborare con la casa di videogames Koei, componendo musiche per videogiochi (in seguito anche per Dreamcast), e poi film, serie TV e pubblicità.



Yoko Kanno è sposata con il compositore Hajime Mizoguchi con cui spesso collabora e condivide il talento musicale poliedrico. Ha composto, assieme a lui, le colonne sonore di Escaflowne e Proteggi la mia Terra.



Tra i suoi brani più famosi vi sono Kiseki no umi (Record of Lodoss War), Voices (Macross Plus), Tank! (Cowboy Bebop), Yakusoku wa Iranai (I cieli di Escaflowne), Gravity (Wolf's Rain), Inner Universe (Ghost in the Shell: Stand Alone Complex) e Rise (Stand Alone Complex - 2nd GIG).



Kanno è la leader della big band di 14 elementi The Seatbelts, riunitasi per la registrazione della rimarchevole colonna sonora di Cowboy Bebop, il cui genere varia dal jazz alla fusion fino al blues ed al rock.



Si pensa che il nome della cantautrice Gabriela Robin , spesso comparsa nei suoi lavori, non sia altro che uno pseudonimo della stessa Yoko Kanno. Fra i numerosi musicisti che hanno collaborato con lei si segnalano gli italiani Ilaria Graziano e Franco Sansalone.



Il 15 settembre 2005, GameSpot, ha reso noto che Yoko Kanno è stata assunta da Gravity Corporation, azienda coreana già responsabile dal famoso MMORPG Ragnarok Online, per la creazione della colonna sonora del loro nuovo titolo in fase di sviluppo: Ragnarok Online 2 .
postato da: neoattivista alle ore 00:29 | link | commenti
categorie: musica
domenica, 31 maggio 2009

NEL 2007 18.516 SPECIE SCOPERTE



PER INFO:

http://species.asu.edu/



TRA LE PIU' INTERESSANTI, IN PALEONTOLOGIA:

http://en.wikipedia.org/wiki/Materpiscis



ARTICOLO DI M. SPAMPANI PER IL CORRIERE DELLA SERA DEL 30 MAGGIO



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postato da: neoattivista alle ore 09:04 | link | commenti (4)
categorie: biologia
domenica, 22 marzo 2009

IL CONCETTO DEL SUBLIME

burke


Nell'idea di Burke è Sublime "Tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in un certo senso terribile o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore", il sublime puo anche essere definito come "l'orrendo che affascina". La natura, nei suoi aspetti più terrificanti, come mari burrascosi, cime innevate o eruzioni vulcaniche, diventa dunque la fonte del Sublime perché "produce la più forte emozione che l'animo sia capace di sentire", un'emozione però negativa, non prodotta dalla contemplazione del fatto in sé, ma dalla consapevolezza della distanza insuperabile che separa il soggetto dall'oggetto.


 


Il Sublime secondo Kant 


 Nel 1790, Immanuel Kant, che contrappone il bello al sublime, torna su questo concetto nella Critica del Giudizio, ampliandolo e distinguendo tra sublime dinamico (espressione della potenza annientatrice della natura, di fronte alla quale l'uomo prende coscienza del limite) e sublime statico (che nasce dalla contemplazione della natura immobile e fuori dal tempo). Sublime non è dunque più la natura bensì l'uomo, che prende coscienza della sua superiorità grazie alla sua morale e alla sua ragione. Al primo tipo appartengono fenomeni spaventosi quali gli uragani o le grandi cascate, al secondo tipo gli spazi a perdita d'occhio del deserto, dell'oceano e del cielo. La contemplazione di tale spettacolo - nell'idea kantiana - induce la mente a prendere coscienza del proprio limite razionale e a riconoscere la possibilità di una dimensione sovrasensibile, da esperire sul piano puramente emotivo.


È in questo senso che il concetto di Sublime ebbe un impatto decisivo sull'estetica romantica, che tuttavia tese per lo più a privilegiarne l'aspetto dinamico, spesso in chiave drammatica. Anche Schiller e i romantici si ispirano al concetto kantiano, il primo individuando anche una funzione educativa del sublime, i secondi attribuendo il significato della massima coscienza cosmica.



Il Sublime secondo Schopenhauer 


Allo scopo di chiarire il sentimento del Sublime, Schopenhauer, nel primo volume de Il Mondo come Volontà e Rappresentazione elenca esempi di passaggio dal Bello al più elevato Sublime.


Per il filosofo, il sentimento del Bello è semplicemente il piacere provato guardando un oggetto piacevole. Il sentimento del Sublime, invece, è il piacere che si prova osservando la potenza o la vastità di un oggetto che potrebbe distruggere chi lo osserva.


 




postato da: neoattivista alle ore 14:18 | link | commenti (2)
categorie: arte, estetica

Mito greco, ecco l'albero genealogico degli dei



Mercoledì 14 Gennaio 2009



Berlino, 14 gen. Ricostruito l'albero genealogico degli dei e degli eroi omerici. Con un attento e lungo lavoro lo studioso austriaco Dieter Macek ha realizzato la genealogia completa dell'Olimpo, visualizzata su una mappa lunga 52 metri e contenente ben 5.639 nomi. A darne notizia il settimanale tedesco Die Zeit. Grazie al lavoro di Macek scoperti 30 nuovi figli del dio Poseidone. Venerdì prossimo il nuovo albero genealogico delle divinità greche verrà presentato nella sala a cupola della "Voralberger Landesbibliothek" a Bregenz. L'archeologo Raimund Wuensche, direttore della Gliptoteca di Monaco di Baviera, ha affermato che la raccolta compiuta da Macek costituisce "un autentico capolavoro, stupendo ed entusiasmante". L'orientalista Robert Rollinger, dell'università di Innsbruck, ha dichiarato che una realizzazione simile non sarebbe mai stata possibile in un'istituzione pubblica, poiché chiunque avesse tentato di lavorare con tanto impegno "sarebbe stato ridicolizzato". "Non conosco nulla che possa competere con un’opera simile", ha aggiunto lo studioso austriaco, secondo il quale quella di Macek costituisce "un bell'esempio di come si possa fare scienza anche senza stare in una torre d'avorio". La catalogazione eseguita da Macek ha messo in ombra la precedente raccolta in 84 volumi della "Real-Enciclopedia della Scienza dell'Antichità in ordine alfabetico", iniziata da August Friedrich Pauly nel 1837 e terminata nel 1890.
postato da: neoattivista alle ore 14:13 | link | commenti (2)
categorie: cultura
sabato, 07 marzo 2009

bigfoot esiste? ecco delle considerazioni a sfavore





proviamo a fare 2 considerazioni sul mito del bigfoot, dando per scontato che chi le legge conosce già l'argomento e il tanto discusso filmato di patterson, che è L'UNICA documentazione del caso in un secolo di avvistamenti, oltre alle pietose centinaia di orme (ma d'altronde se di Grandepiede si tratta cosa vorrai mai ritrovare? giacigli? peli? prove di insediamenti? utensili? denti? ossa? no: orme, tutte provviste di dita fino al mignolo, mi raccomando.)



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1)in nessun settentrione del mondo esistono primati



2)il pelo davanti al corpo, sul torace, sull'addome. chi ha visto il filmato in alta risoluzione lo può constatare. la sua presenza è una nota a sfavore. in qualsiasi primate e protoscimmia il pelo si dirada, in particolar modo sulle mammelle. su un (ottimo) costume no (il bigfoot di patterson sarebbe femmina).



3)il filmato INTERO mostra un andamento completamente innaturale per un animale. la tranquillità e la costanza del suo passo, la coordinazione lineare nel voltarsi mentre continua a camminare, il dare le spalle all'ostilità osservata, agli "intrusi" cioè agli uomini che lo stavano inseguendo per filmarlo (perchè durante l'inizio confuse del filmato patterson si avvicina notevolmente, poi solo dopo un po' inizia a filmare con la camera ferma) sono tutte note a sfavore.



4)persino le orme del '58 sono state smentite. 1958: Alcuni operai di un cantiere a Bluff Creek (California) trovarono delle enormi orme vicino al luogo in cui lavoravano. Uno di essi, Raymond Wallace, sostenne che si trattava di un Bigfoot. Dopo oltre quarant’anni, in seguito alla morte di Wallace, nella sua casa furono trovati enormi piedi di legno, evidentemente quelli usati per lasciare le tracce nel 1958. Di conseguenza, l’avvistamento si dimostrò un falso.



5)Patterson gira il filmanto nei pressi del già citato Bluff creek (bluff=inganno, dall'inglese.), ma sono solo casualità.



6)il sistema sociale dei primati è per gran parte organizzato in gruppi, solo una minoranza sono monogami o solitari. non ci si può facilmente aggrappare all'idea di una grande scimmia difficile da avvistare perchè solitaria, in ogni caso vi è la TOTALE mancanza di ritrovamenti, che possano ricondurre ad un insediamento del presunto grosso primate.



7)per quanto riguarda le leggende sul sasquatch: qualsiasi cultura possiede leggende legate a figure di uomini selvaggi, compresa quindi anche quella pellerossa. si tratta di folklore, una necesità intrinseca dell'uomo in quanto tale di ricostruire l'anello mancante alle origini primitive e naturali. Solo un idiota andrebbe in giro per il mondo in nome della ricerca scientifica dando credito alle testimonianze di autoctoni che non hanno un istruzione ad una particolare obiettività anzi sono legati spesso ad una cultura animista.



8)il filmato di patterson ha avuto successo non tanto per la sua attendibilità ma per accanimento mediatico, di cui gli americani sono maestri incontrastati. il mito è stato creato, e rimane vivo a distanza di decenni di grandissima inconsistenza, durante i quali continuano a venire ritrovati orme di Grandepiede e segnalazioni (ma al mondo c'è chi giura qualsiasi cosa, si deve solo decidere se dargli credito o no)



9)Patterson ai tempi del filmato aveva già scritto libri a riguardo. ciò non significa che era un "esperto". significa invece che ERA DI PARTE, cioè aveva ineresse ad alimentare il mito in suo stesso favore.



10)Patterson ai tempi del filmato era già malato di cancro. la psicologia ( che è una scienza, non come la criptozoologia) dice che è molto più facile di quanto si immagini che una persona cosciente della fine della (propria o in generale) vita tenti in qualche modo di creare qualcosa che rimanga e che vinca la "sconfitta" della morte. c'è chi si appassiona per un progetto e cerca di realizzarlo, con la speranza che esso rimanga anche dopo la sua (prematura) dipartita, a testimonianza dell'operato e della propria esistenza.



11)l'ipotesi di un grosso primate completamente bipede in nordamerica è tanto, troppo improbabile, oserei dire un azzardo infantile davanti agli occhi di zoologi, antropologi e personale del settore.



12) chi dice che esistono grandi mammiferi come l'orso nello stesso ambiente naturale  e di lui non si ritrovano carcasse data l'enorme dimensione del territorio, dice una cazzata. semplicemente perchè non è vero. chiamate qualche abitante del luogo e fatevi dire se si trovano o no carcasse e vediamo cosa risponde.



13) chi dice che esistono alcuni territori inesplorati in canada, ha ragione, peccato che Bluff Creek è a nord della california.



comunque se ne parlò tanto qualche decennio fa e molti dissero "staremo a vedere" aspettando qualche indizio più consistente. e non successe più nulla.



"L'uomo può credere all'impossibile, non crederà mai all'improbabile."
Oscar Wilde
postato da: neoattivista alle ore 18:39 | link | commenti
categorie: criptozoologia, biologia, zoologia, ominologia
sabato, 28 febbraio 2009

Quetzalcoatlus: 18 metri è davvero troppo

Il quetzalcoatlo (gen. Quetzalcoatlus) è il più grande rettile volante finora scoperto, nonché il più grande animale volante mai vissuto sul pianeta, i cui fossili sono stati rinvenuti nei terreni del Cretaceo superiore (Circa 70 milioni di anni fa) in Texas.



Uno pterosauro grande come un aereo 


I resti fossili di questo pterosauro gigante sono stati rinvenuti per la prima volta negli anni ’70, e furono descritti da Douglas A. Lawson nel 1975. I ritrovamenti erano molto frammentari, ma le poche ossa degli arti, paragonate a quelle del grande Pteranodon, furono sufficienti a ricostruire uno pterosauro dall’apertura alare di circa 18 metri, ovvero un'apertura alare pari a quella di un cacciabombardiere. Il collo, inoltre, sembrava smisuratamente lungo. Lawson descrisse due specie di Quetzalcoatlus, la più grande delle quali era Q. northropi, mentre l’altra non ricevette un nome ufficiale. Successivi studi e ritrovamenti più completi stabilirono che il quetzalcoatlo doveva possedere ali più corte, in proporzione, a quelle di Pteranodon, e quindi l’ampiezza doveva essere inferiore a quanto precedentemente stimato; la misura, in ogni caso, doveva attestarsi su dodici metri di apertura alare. Il cranio, conosciuto per frammenti, doveva essere molto più grosso di quanto precedentemente ipotizzato, ma di costituzione leggera e fornito di una cresta. Altri resti di animali simili sono stati rinvenuti nel Dinosaur Provincial Park in Alberta.



Stile di vita


Le dimensioni eccessive di questo pterosauro pongono alcuni quesiti sui limiti strutturali imposti dalla natura agli animali volanti; la questione è ancora aperta, ma si pensa che animali di 18 metri di apertura alare non possano aver solcato i cieli. Vi sono numerose congetture riguardanti lo stile di vita di un tale colosso; con le sue vertebre del collo allungate e le mascelle lunghe e sprovviste di denti, il quetzalcoatlo potrebbe essersi nutrito come i moderni aironi, o forse essersi cibato di carogne come i marabù. Altri studiosi ipotizzano che la strategia per cibarsi fosse simile a quella degli odierni becchi a forbice (gen. Rhynchops). Probabilmente il quetzalcoatlo riusciva ad alzarsi in volo grazie soltanto alla sua forza, ma una volta in aria potrebbe essersi sostenuto in gran parte grazie alle correnti d’aria, privo com’era di volo battente. Sul terreno, il quetzalcoatlo probabilmente camminava su tutte e quattro le zampe.



Curiosità 


Si ritiene che per dare il nome a questo rettile si prese spunto dalla divinità americana precolombiana Quetzalcoatl; questa veniva giustappunto rappresentata come un serpente alato.


http://it.wikipedia.org/wiki/Quetzalcoatlus


 


 




postato da: neoattivista alle ore 16:20 | link | commenti
categorie: biologia
martedì, 24 febbraio 2009

Titanoboa cerrejonensis

E' Titanoboa il serpente



più grosso del mondo




Viveva 60 milioni di anni fa in Colombia e aveva misure record: 13 metri di lunghezza per oltre una tonnellata di peso. Ossa fossili scoperte da una spedizione internazionale in Colombia



di ALESSIA MANFREDI

























OLTRE una tonnellata di peso distribuita su 13 metri di lunghezza. Misure decisamente oversize, paragonabili ad un Tyrannosaurus Rex, quelle del serpente più lungo del mondo, che, secondo un'équipe internazionale di scienziati, viveva 60 milioni di anni fa in Sud America.







La stazza del biscione giurassico è stata dedotta sulla base di ossa fossili ritrovate dai ricercatori dello Smithsonian Tropical Research Institute a Panama e del Museo di Storia Naturale dell'Università della Florida nel Cerrejon, nella Colombia del Nord.







Battezzato dai suoi scopritori Titanoboa Cerrejonensis, questo rettile gigante misurava 13 metri, pesava 1.140 chili e il suo corpo era largo almeno un metro, scrivono su Nature gli scienziati guidati dal paleontologo Jason Head dell'Università di Toronto-Mississauga. Messa a confronto con quella di una normale anaconda, la sua vertebra risulta enorme.











Il Titanoboa viveva fra 58 e 60 milioni di anni fa, quando il mondo animale si stava ancora riprendendo dall'estinzione di massa che fece scomparire i dinosauri e molte altre specie 65 milioni di anni fa, e potrebbe essere stato il più grande vertebrato non marino sulla Terra.







Le sue impressionanti dimensioni danno anche indicazioni precise sulle temperature dell'ambiente in cui viveva. "Ci sono molti modi in cui l'anatomia di una specie è correlata con l'ambiente su larga scala", ha spiegato David Polly, geologo dell'Università dell'Indiana, che ha identificato la posizione delle vertebre fossili ritrovate nella miniera di carbone a cielo aperto del Cerrejon ed ha reso possibile ricostruire le misure del rettile. Per sopravvivere, stimano i ricercatori, il mega serpente aveva bisogno di una temperatura media di almeno 30-34 gradi, superiore a quella odierna in quella regione.

Il Titanoboa abitava in una foresta pluviale tropicale e cacciava coccodrilli, tartarughe e pesci. Non era velenoso ed aveva uno stile di vita molto simile a quello delle anaconde dei sistemi fluviali. L'ecosistema in cui viveva era simile a quello dell'Amazzonia di oggi, ma più caldo. "Gli ecosistemi tropicali del Sud America erano sorprendentemente diversi 60 milioni di anni fa", dice il paleontologo Jonathan Bloch, del Museo di Storia Naturale dell'Università della Florida. "Era una foresta pluviale ma decisamente più calda rispetto a oggi ed i rettili a sangue freddo erano molto molto più grossi rispetto quelli odierni".







Nella spedizione al Cerrejon, gli scienziati hanno recuperato fossili di vertebre e costole provenienti da 28 esemplari diversi. Prima della scoperta del Titanoboa, il serpente più grosso noto alla scienza era Gigantophis, che viveva 39 milioni di anni fa in Egitto ed era lungo 10 metri.







(4 febbraio 2009)







http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/ambiente/colombia-nuove-specie/colombia-nuove-specie/colombia-nuove-specie.html







postato da: neoattivista alle ore 10:07 | link | commenti
categorie: biologia
lunedì, 23 febbraio 2009

1000 specie sconosciute nella foresta pluviale del Mekong

http://www.corriere.it


 


reso noto il lavoro svolto dai ricercatori del Wwf in 10 anni nell'area tropicale


Scoperte 1000 specie sconosciute

C'è anche il ragno più grande mondo


Sono state individuate nella foresta pluviale del Mekong,

il fiume che attraversa cinque province dell'Asia


MILANO - Un ragno predatore grande quanto un piatto da tavola, un ratto che si pensava avesse cominciato a estinguersi 11 milioni di anni fa, uno stupefacente millepiedi rosa. Sono solo alcuni componenti di un «tesoro biologico» scoperto dagli scienziati del Wwf nella foresta pluviale del Mekong, il fiume che attraversa cinque province dell'Asia meridionale. In totale sono state 1068 le specie fino ad ora sconosciute e portate alla luce tra il 1997 e il 2007: 519 specie di piante, 279 pesci, 88 rane, 88 ragni.



IL RAGNO PIU' GRANDE DEL MONDO - «Pensiamo che una simile scoperta sia degna dei libri di storia», ha commentato il direttore del Greater Mekong Programme, Stuart Chapman. Il ragno predatore, il più grande al mondo, ha zampe lunghe 30 centimetri. Non tutte le nuove specie scoperte si nascondevano nella giungla. Gli scienziati hanno raccontato che il ratto è stato trovato in un mercato locale nel 2005, mentre una vipera fino a quel momento sconosciuta è stata notata in una trave di un ristorante del Khao Yai, un parco nazionale nel nord ella Thailandia. La maggior parte di questi strani esemplari sono stati trovati tra le foreste fluviali e le paludi del fiume Mekong, che scorre tra Cambogia, Laos, Birmania, Thailandia, Vietnam e nella provincia meridionale cinese dello Yunnan.





LE MINACCE ALLE RISORSE NATURALI DEL MEKONG - Come spesso avviene in concomitanza con queste scoperte scattano anche gli allarmi sulla salute del nostro pianeta, in particolare in queste zone ancora poco contaminate dalle attività umane. «Molte delle risorse naturali di cui il Mekong è ricco - commenta Massimiliano Rocco, responsabile Traffic e Timber Trade del Wwf Italia - sono oggetto di interesse e importazione da parte della comunità occidentale: legname, pelli di rettile, piante ornamentali, una ricchezza di specie che finisce sui nostri mercati e che rappresenta un'importante opportunità economica per le popolazioni locali. La comunità occidentale è quindi responsabile se questi preziosi patrimoni non vengono gestiti in maniera sostenibile, e deve collaborare con i governi locali trasferendo risorse e know how per una gestione adeguata e duratura, che consenta la conservazione di questa grande ricchezza di biodiversità - importante anche per le nostre economie - e contribuisca ad alleviare la povertà delle economie locali».


http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/08_dicembre_17/nuove_specie_mekong_45d028f8-cc31-11dd-bd86-00144f02aabc.shtml




postato da: neoattivista alle ore 20:31 | link | commenti
categorie: biologia
venerdì, 20 febbraio 2009

INTERVISTA A BELA TARR

Béla Tarr ha due occhi verdi che lanciano sguardi taglienti e una bocca, nascosta da una barba bianca, che pronuncia frasi elaborate. Nascosto nel bozzolo del suo studio di Budapest, quello che molti critici stranieri hanno definito «uno dei cinque migliori registi contemporanei al mondo» riesuma a 51 anni un ricordo dell’epoca comunista: quando il suo insegnante di fotografia gli disse che non aveva «la più pallida idea» di cosa fosse la cinematografia.


I suoi lavori sono poco conosciuti in Europa. Tre dei suoi film – Almanac of Fall (1983), Damnation (1987) e Werckmeister Harmonies (2000) – sono usciti in Ddv solo in Francia, Paese in cui ha vissuto. Tarr afferma di non trovare differenze tra il pubblico dei vari stati europei, pur essendo conscio delle loro diversità culturali: «Se, come regista, riesci a trattare i problemi esistenziali, il fattore umano, allora il tuo film può riuscire a toccare nel profondo l’individuo. E a questo punto poco importa il Paese cui appartiene.»


Il suo ultimo film, presentato a Cannes, è una coproduzione ungaro-franco-tedesca, The Man from London girata in Francia con un cast internazionale di attori cechi e inglesi – compresa una Tilda Swinton doppiata in ungherese – e un cameraman tedesco. Il copione è stato tratto da un giallo dell’autore belga Georges Simenon. Purtroppo, a causa della tragica interruzione dovuta al suicidio, nel febbraio 2005, del produttore Humbert Balsan per problemi finanziari, il film è uscito solo tardivamente.


La sua saga epica Satan’s Tango (1994) sull’Ungheria post-comunista è una sorta di cine-festival lungo sette ore e quindici minuti. Anche The Man from London utilizza gli stessi ritmi rallentati e le lunghe scene in bianco e nero?


Beh, non ci sono sorprese nel racconto della storia. Desidero che che il pubblico veda i diversi "livelli" delle situazioni. La lunghezza di una scena rispecchia l’importanza di un livello che voglio enfatizzare. Cerco di mostrare una sorta di stato in cui ci troviamo e, in questo film, l’ho fatto mantenendo i dialoghi in ungherese.


Dobbiamo aspettarci il ritorno di simboli ripetitivi come quelli visti in Damnation, caratterizzato da pioggia, danza e immagini spigolose?


Esattamente. C’è una specie di ripetizione di questa struttura figurativa, qualcosa di simile che ritorna. Ma cambia totalmente la sostanza, il significato risulta diverso. Questa sorta di monotonia mi è molto cara: sono un fan dei trucchi cosiddetti “anticinematografici”.


Un numero sempre maggiore di registi ungheresi sembra farsi tentare dalle coproduzioni, perché?


La coproduzione vera è una cosa rara in Ungheria. Avviene quando i vari Paesi prendono parte alla produzione del film non solo finanziariamente, ma anche nel processo di creazione vero e proprio. Penso che sia facile essere uno di quegli “ungheresi miopi” per i quali il mondo finisce ai Carpazi, ma io preferisco assumere la prospettiva di Ady, un poeta avanguardista ungherese degli inizi del Ventesimo secolo: Ady scriveva in ungherese, ma ha sempre avuto un pensiero universale. Ecco perché ho collaborato almeno quattro volte con László Krasznahorkai: il suo modo di pensare è simile. Tuttavia, per riuscire a mantenere uno sguardo universale, si deve pur sempre avere un’identità nazionale.


Non ci stiamo allontanando lentamente dal cinema nazionale ungherese?


Le industrie cinematografiche nazionali di tutta Europa stanno diventando sempre più protezioniste. In Ungheria siamo soliti parlare di cofinanziamento, per cui un regista ungherese fa un film ungherese con l’aiuto finanziario di investitori stranieri. Io chiamo tutto ciò “pseudo-coproduzione”: è solo un trasferimento di soldi in cambio di alcuni diritti commerciali. Il problema della cinematografia ungherese è che i registi si comportano come prostitute, vogliono solo soddisfare certi bisogni culturali o adattare le sceneggiature alla tradizione nazionale.


Perché le interessano i personaggi socialmente svantaggiati, come Maloin, il manovratore ferroviario di una stazione marittima in The Man from London, o la compagnia circense di Werckmeister Harmonies?


Sono sempre stato sensibile alle tematiche sociali. Le persone che vivono ai margini, morali ed esistenziali, mi interessano più di ogni altra cosa. I loro conflitti sono molto più reali. Nel mondo borghese e benestante di solito questi problemi vengono nascosti sotto il tappeto. Certo, anche quest’ultimo è un universo interessante, ma non per me.


Io non mi sono mai ritenuto un regista: pensavo che la mia unica missione fosse cambiare il mondo. Oggi come oggi mi accontenterei anche solo di riuscire a cambiare il linguaggio cinematografico. Certo, anche il cinema fa parte del mondo e ciò che faccio mi riesce bene, ma sarebbe difficile affermare che questo ha cambiato il mondo in qualche modo. Ma si può sempre contare sulla sensibilità della gente, che non è meschina per sua natura: pecca solo quando le circostanze la obbligano a farlo.


Come si sente il Béla Tarr post-Cannes?


Beh, rilassarsi, cullarsi sugli allori e godersi la vita non fa per me: i continui conflitti e interrogativi sono una caratteristica della mia professione. Girare il film in bianco e nero Werckmeister Harmonies, per esempio, è stata un’agonia, dopo tre lunghi anni di problemi finanziari. Ma poterlo rivedere è stata la motivazione più grande. Non è solo un senso di soddisfazione. È semplicemente un po' di pace.

postato da: neoattivista alle ore 13:24 | link | commenti
categorie: arte
giovedì, 05 febbraio 2009

ALBERTO AGAZZANI : un articolo su AGOSTINO ARRIVABENE



pubblico questo post nell'intenzione costruttiva di offrire maggiore visibilità all'ottimo articolo di Alberto Agazzani:







"Nei primi anni ’80 lo scrittore austriaco Thomas Bernhard diede alle stampe quello che da molti sarebbe stato considerato il suo capolavoro: Il soccombente. In esso si narra la vicenda di tre giovani pianisti che si ritrovano a Salisburgo ad un master class di Vladimir Horowitz. “Due sono brillanti e promettenti – recita il risvolto di copertina – ma il terzo è Glenn Gould: qualcuno che non brilla, non promette, perché è. E presto diventerà una leggenda”. Accade così, in sintesi, che un giorno il suo compagno di corso Wertheimer lo ascolti suonare le Variazioni Goldberg di Bach e realizzi in quel preciso istante, annichilito dalla folgore del genio gouldiano, che lui in quel modo non riuscirà mai a suonare. Mentre Gould continuerà a suonare le Variazioni Goldberg fino alla morte, cercando di far coincidere se stesso non tanto con la musica ma addirittura col suo Steinway, Wertheimer rimarrà travolto e schiacciato “dalla meccanica feroce dell’emulazione, della sua debolezza profonda, dall’incapacità di essere unico e della consapevolezza di non esserlo”. Il narratore è il terzo dei pianisti che, abbandonata la musica, decide di raccontare la storia di questo soccombente, vicenda, ultima ma non definitiva, del conflitto fra grazia e invidia e, soprattutto, sul tema terribile dell’impossibilità d’essere.

Al romanzo di Bernhard ed alla sua feroce quanto sempre attuale verità, è riconducibile la vicenda pittorica di Agostino Arrivabene. Pittore dal superbo dominio tecnico e dall’altrettanto ineguagliabile rapidità, Arrivabene per oltre un decennio ha rappresentato, insieme, un miracolo ed una speranza. Il miracolo era dato da un talento fenomenale, che gli consentiva con coraggio e pura follia di creare dipinti di pittura pura, di espressività incorrotta, attingendo alla grande tradizione del passato, rinnovandone i valori attraverso un’espressività ed una sensibilità quanto mai contemporanee. Si ricordano le figure mitologiche dei primi anni ’90, i personaggi, sofferenti ed erranti, degli anni subito successivi. E poi i paesaggi, le Vanitas e le nature morte, i ritratti psicologicamente intensi quanto simbolicamente evocativi. Una pittura, in sintesi, autenticamente tale, espressione pura di un’innocenza e di un coraggio eccezionali, da cui scaturì un’autentico e contagioso moto di speranza verso una disciplina e verso valori così fortemente penalizzati nel corso dell’ultimo stralcio del secolo. Poi, nel 1997, l’incidente, l’incontro col suo Glenn Gould: il pittore norvegese Odd Nerdrum, allora, come oggi, quasi completamente sconosciuto in Italia. Da allora, persa l’innocenza, la mortale spira nerdruniana ha cominciato ad avvolgere e schiacciare l’allora ancor giovane pittore, fino ad annientarne l’essere, come appare con violenta evidenza nei dipinti degli ultimi anni. All’invenzione libera ed originale degli anni ’90 si è mano a mano sostituita una visionarietà monotematica, ossessionata e ossessionante, fatta di ghiacciai islandesi e spiagge nordiche che poco o nulla hanno a che fare con la padanità cremasca, la vera natura del pittore. La pittura d’invenzione, si sa, non necessita di alcun riferimento, né reale né tantomeno riconducibile al realismo più immediato. Tutt’altro. Ma ai propri valori sì. Antonio Ligabue dipingeva ragni grandi come leopardi, gorilla e tigri sulle rive del Po, così come è la “sua” Ferrara a far da sfondo alle invenzioni metafisiche di de Chirico, o la pianura padana ai nani, ai mostriciattoli ed alle gigantesse del Wainer Vaccari vecchia maniera. Ma che senso ha, se non quello di una soccombenza totale, di un’annientamento totale del proprio essere, continuare per oltre dieci anni a rappresentare immagini, situazioni e paesaggi che in nulla e per nulla riflettono i valori e le immagini della propria cultura? Ed in maniera talmente evidente, al limite del plagio, da apparire imbarazzante, come nel caso dei numerosi autoritratti “smorfiosi” (=con smorfie: Nerdrum ne ha realizzati decine nell’ultimo trentennio) o, addirittura, ne Il cacciatore di lucciole del 2007, una figura ritratta con il fallo vistosamente in erezione, immediatamente riconducibile all’ Autoritratto con la cappa dorata, realizzato da Nerdrum più di dieci anni or sono, e nel quale si ritrae, caso pressoché unico nell’intera storia dell’arte, con un’altrettanto nuda ed esibita erezione. E poi il rembrandtismo ostentato, ancora in chiave nerdruniana, con quelle nature morte da Wunderkammer sempre e drammaticamente uguali a loro stesse (ed all’invenzione, quando va bene, di Nerdrum, - si guardino le dentiere o i mattoni dei primissimi anni ’90 - o a quelle, più locali, di Maurizio Bottoni - il più antico e insieme più vecchio pittore casereccio - senza però, in Arrivabene, quel rigore e quell’essenzialità crudeli). I crani impilati, all’inizio tre (vedi I tre del 2005) diventano strumentalmente quattro, cinque, fino a I sette più recente. E non potendo sfidare oltre la fisica (e l’immaginazione), quest’ultimo viene addirittura sdoppiato in una visione diurna e notturna. Quando si dice serialità della rappresentazione (casualmente quella più commercialmente fortunata).

Poi, a onor del vero, rimane sempre la bella tecnica, la sontuosità delle paste, il gioco (facilmente) intrigante col meraviglioso (anche se spesso anatomicamente impreciso e in forte sospetto di copia-incolla da atlanti faunistici De Agostini e non di rado al limite del vero e proprio cattivo gusto). Domanda: ma la pittura dov’è? L’espressività dov’è? Agostino Arrivabene dov’è? La riprova della perdita del proprio essere è evidenziata anche dalle scelte che il pittore ha compiuto nell’ultimo quinquennio della sua piena maturità; scelte sempre più nella direzione di valori lontani da quelli che lo hanno reso un miracolo ed una speranza: fama, denaro, mercato, potere, attenzione mediatica, mondanità. Valori comprensibili, in linea col relativismo imperante nella nostra epoca e sottolineati anche dalla scelta di esporre, come in corso fino al 22 marzo prossimo, in una galleria-emporio (la definizione è di Vittorio Sgarbi) dal nome altisonante come la Forni di Bologna, luogo-griffe che ancora vive del suo glorioso passato. Il punto è dunque cruciale, e non riguarda solo questo pittore, ma l’intera espressività artistica di un’epoca: dove finisce il pensiero debole e inizia la malafede? E dall’altra parte della barricata, sui bastioni critici dai quali troppo spesso e troppo facilmente si scagliano anatemi e benedizioni: dove finisce l’ignoranza e dove inizia la stessa malafede? Nerdrum è un grande pittore, fra i più grandi del secolo scorso e, probabilmente, di quello che stiamo vivendo. Ed ancora nessuno lo conosce e lo riconosce come tale, continuando a vedere in un Wertheimer qualunque il Glenn Gould che non si è in grado di immaginare.



Alberto Agazzani
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venerdì, 30 gennaio 2009

PREMIO CAIRO: CORROTTO IN MENO DI 10 ANNI

MILANO, 27 OTTOBRE 2000. PER VOLONTA' DELL'EDITORE URBANO CAIRO, NASCE IL PREMIO CHE VALORIZZA LA GIOVANE ARTE ITALIANA

Partendo dalla pittura, considerata linguaggio attualissimo, il Premio Cairo mette in luce le nuove tendenze della figurazione anche in scultura, videoarte, fotografia, arte digitale.



Alla prima edizione partecipano dieci artisti, tra cui la giuria premia
Luca Pignatelli  e il suo treno a vapore.

Nel 2001 gli autori scelti dalla redazione della rivista Arte sono diventati venticinque e il vincitore è Bernardo Siciliano con un ritratto.

Nel 2002 è la volta degli uomini rossi dipinti da Federico Guida, che prevale tra venti candidati.

Ancora venti i partecipanti nel 2003, anno in cui vince Matteo Bergamasco e il suo ritratto di famiglia.

Il 2004 incorona tra i venti finalisti Andrea Chiesi per la sua architettura neopiranesiana.



Nel 2005 la selezione dei nomi in concorso è affidata a dieci maestri italiani di fama internazionale: Omar Galliani, Piero Gilardi, Aldo Mondino, Gian Marco Montesano, Giulio Paolini, Fabrizio Plessi, Salvo, Studio Azzurro, Massimo Vitali, Gilberto Zorio. Vince per la prima volta una donna, Valentina D’Amaro, che partecipa con un paesaggio di tutto rispetto anche se quel paesaggio lo potevano fare in tantissimi (ma questo si potrebbe dire di quasi tutta la contemporanea mainstream, dato che in tale ambiente l'abilità premiata è riuscire a esporre l'opera e non maturarne una dai contenuti validi)

Nel 2006 protagonista è la scultura con la vittoria dell’Ape-risciò in cartone di Chris Gilmour, premiato tra venti candidati. doveva essere arte italiana. però gilmour è residente. doveva essere arte, invece è rappresentazione sommaria di un famoso tipo di autovettura, perdipiù costruito con materiale precario.

Nel 2007 vince per la prima volta il disegno, quello ironico e graffiante di Fausto Gilberti. Perlomeno la dignità non viene meno.



Nel 2008 si raggiunge il delirio: vince Alice Cattaneo, che propone "opere" che sono una presa per il culo definitiva, degne di flesh art (arte da "macello", appunto).  è davvero tutto in mano ai massoni oppure stiamo semplicemente continuando a raschiare dal fondo del barile alla ricerca ossessiva e insensata di qualcosa di necessariamente "nuovo"? forse entrambe le cose.












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domenica, 25 gennaio 2009

INTERVISTA A SCARUFFI




Arte, libri, cinema, storia, psicologia, informatica, politica estera, sociologia, musica classica e non, geografia... che sono, le materie di qualche liceo o università? Sì certo, e il bello è che il nostro le tratta TUTTE. E in modo enciclopedico. Come farà (faranno?) se lo chiedono in tanti. Le sue enciclopedie della Storia del Rock, opera immane, tanto approssimativa - a tratti - quanto visionaria, sublime e rivelatrice, hanno influenzato tutti coloro che in Italia sprecano inchiostro per raccontarvi dischi volanti e band sotterranee. Il suo sito poi è un dizionario totale e globale (ma per davvero) in cui la scienza si mostra come opera d'arte mostruosa e annichilente, in cui il (non)sapere universale è la pappa dello Scaruffi, che tra la distruzione di Gerusalemme e l'11 settembre (il giorno dopo dichiarava: L'America non è in guerra) ce ne fa vedere di tutti i colori... Dopo il redattore dei redattori, Stefano Isidoro Bianchi, ecco l'onnisciente pioniere del giornalismo via internet (era il 1985!): un'altra icona ispiratrice nella nostra avventura nel post-giornalismo (ma sì, ficchiamocelo un po’ ovunque sto benedetto 'post'). Post-fricchetoni e post-fricchetone, ecco a voi la post-intervista post-post con il post-lui, ovvero il tuttologo, Piero Scaruffi.


 


SA: Beh Piero, la prima domanda è scontata - non solo ma è una domanda che circola sulle bocche di molti anche al di fuori di questa intervista: sei veramente TU e solamente TU che ti occupi di tutto ciò che sta sul tuo sito? Tutte le tue enciclopedie (rock, cinema, addirittura un saggio sociologico sull'America contemporanea, e altro) e tutte le sezioni del tuo sito (psicologia cognitiva, arte, viaggi, informatica...) sono scritte completamente di tuo pugno?


S: E` come chiedere a Hitchcock chi e` l'assassino... :-)


SA: Veniamo alle recensioni. Negli ultimi 2 anni i voti sono notevolmente calati...


S: Non sono d'accordo. Non mi sembra. Anzi. Guarda i voti degli anni '60: www.scaruffi.com/ratings/1960.html. In certi anni non c'e` nessun 7.


SA: So però che hai ricevuto alcune mail dai lettori che te l'hanno fatto notare, e che hai risposto dicendo che sono semmai le altre riviste che danno voti troppo alti, perché coi dischi rock che ci sono in circolazione le sufficienze dovrebbero essere sempre più rare.


S: Semplicemente diamo un significato diverso a quei numeri. Per me "8" significa che quel disco lo devi comprare subito. Chi da` dieci "8" al mese ovviamente assume un significato diverso. Basta mettersi d'accordo sui termini. "Cara" in spagnolo significa "faccia" e in italiano significa "querida". Stessa parola, ma significati diversi.


SA: A mio avviso il 2001 è stato invece un anno carico di grandi sorprese e ottimi lavori in ambito rock. Perché trovi 'brutti' la maggior parte dei dischi attuali, mentre allo stesso tempo altri sostengono che per il rock questo sia un periodo fertilissimo?


S: Mi baso su cio` che ascolto... A me proprio non sembra. D'altronde non vedo idee nuove in giro. La situazione mi sembra molto simile a quella dei primi anni '60, dei primi anni '70, dei primi anni '80 e dei primi anni '90, facenti seguito a periodi molto creativi. Che il rock abbia un ciclo decennale? L'anno scorso i dischi che mi sono piaciuti di piu` non erano in realta` rock (ed erano quasi tutti strumentali). Quest'anno mi sembra anche peggio. Soprattutto mancano le idee. Ci sono dischi che vengono bene perché ormai anche un terzino della serie C puo` fare un bel disco, con tutti gli arsenali di studio e i produttori smaliziati che ci sono in circolazione. Le idee, purtroppo, e` piu` difficile fabbricarle in studio.





SA: Alcuni paragrafi della tua Enciclopedia del Rock sono punti fermi per molti critici, nonché alcune delle pagine più belle scritte sulla musica rock.


S: Non sono d'accordo. Io di musica non ho mai capito nulla. Ho capito molto bene, secondo me, soltanto i meccanismi che stanno dietro alla musica rock, anzi che stanno dietro alla "storia della musica rock", per essere precisi. Banalmente, i meccanismi per cui un genere o un complesso diventa celebre e "influenza" altri complessi, i meccanismi delle grandi case discografiche, delle classifiche di vendita, etc, tutte cose che in altri generi musicali non esistevano o erano secondari (neanche il jazzista piu` incallito sa dirti se Armstrong, Ellington, Davis arrivarono al primo posto delle classifiche di vendita o meno). La musica rock si porta dietro un bagaglio sociologico ed economico che e` quasi sempre preminente rispetto al fatto musicale. La storia della musica rock e` tutto fuorché (quasi) una storia della musica.


SA: Beh ti chiedo umilmente: puoi svelare allo staff di Succoacido il segreto della 'recensione perfetta'? :-)


S: Il silenzio. Ascolta il disco in silenzio. Tendiamo sempre ad ascoltare musica popolare (rock, jazz, folk, disco) in ambienti affollati e rumorosi (perlomeno in USA non fumosi). Non sara` forse perche' nel silenzio si notano molte piu` cose e con la musica rock e` meglio non notarle?


SA: Mi pare che trascuri nettamente la scena rock italiana, che proprio in questi ultimi anni - grazie soprattutto al lavoro di molte etichette indipendenti tra le quali Wallace e Snowdonia - sta dando frutti notevolissimi. So che addirittura hai apprezzato gli Eiffel65... perché non hai dedicato più tempo alle realtà rock della penisola?


S: Sono profondamente ignorante di musica italiana e pertanto preferisco non cimentarmi (stessa cosa per gran parte delle altre nazioni, alcune, come l'India e la Cina, molto piu` popolose dell'Italia)


SA: Un po' di autobiografismo: come sei capitato in America?


S: Non ricordo.


SA: Che differenze hai trovato passando dalla 'provincia' all' 'impero'?


S: Enormi. Ma ci vorrebbe un libro per rispondere. Soprattutto ho scoperto che tutto cio` che dicevano (e dicono ancora) gli italiani era (ed e` sempre piu`) falso. Per esempio che gli Americani sono incolti, a differenza degli Italiani (gli Americani leggono valanghe di libri, gli Italiani smettono di leggere dopo la scuola; gli Italiani conoscono soltanto i monumenti Italiani, gli scrittori Italiani, etc), o che gli Americani non sanno nulla del mondo mentre gli Italiani... (al contrario, trovo sempre piu` Italiani che hanno idee superficiali sul mondo, e Americani che sanno tutte le capitali del mondo). Soprattutto il mondo visto dall'Italia (e immagino da qualsiasi paese europeo) e` un mondo centrato sull'Italia: i giornali non parlano per nulla di paesi africani, sudamericani e orientali che sono troppo distanti. In USA c'e` una netta dicotomia fra chi si interessa soltanto di fatti locali (e allora sono davvero locali) e chi si interessa del resto del mondo. Nel secondo caso il "mondo" non e` soltanto il Canada e il Messico, ma e` davvero il "mondo", dall'Argentina allo Zimbabwe (sospetto che ben pochi italiani sappiano a quali crisi mi sto riferendo citando quei due paesi). In questo senso l'America apre molto gli orizzonti. Anche il fatto banale di vivere in un paese in cui sono rappresentati tutti i gruppi etnici del mondo (non solo tutte le nazioni) ti aiuta a capire meglio il mondo. E naturalmente non dispiace il fatto che molte tecnologie partono da qua: adesso sono tutti multimediali e sono tutti Internet, ma in USA c'erano gia` arrivati vent'anni fa... statisticamente e` inevitabile che dia un qualche vantaggio (anche fossero 280 milioni di idioti, che non sono). Questo si riflette anche sugli ambienti culturali e artistici. In realta` gli artisti americani hanno molto meno soldi degli europei (perche' il governo americano non finanzia praticamente nulla) ma alla fine vedi che in quasi tutte le arti finiscono per eccellere molti americani. La ragione non e` chiaramente una superiorita` genetica (visto che sono tutti figli di immigrati), ma semplicemente il fatto che vivono in un sistema piu` stimolante e piu` aperto alle novita`. Queste naturalmente sono le cose positive. Poi ce ne sono tante negative, che ti puoi leggere nelle mie webpagine di politica. Ma per la mia formazione spero che siano state preminenti quelle positive, quindi tendo a citare quelle positive.


SA: Sei stato uno dei primi pionieri (forse il primo) del giornalismo via internet. Che ricordi conservi dell'esperienza relativa alla tua prima e-zine (nel 1985)?


S: Ottimi. Tempi veramente eroici. Parlavamo di una musica che pensavamo non ascoltasse nessuno, e invece adesso sono tutti figli di quella musica. L'internet era un po' l'unico posto dove trovavi informazioni. L'internet creo` anche un mondo virtuale in cui importava poco che tu fossi in California o in New Zealand. Contribui` enormemente a far conoscere realta` prima ignorate. Conobbi Foetus perché qualcuno da Berlino continuava a parlare su Internet di quelle serate sconvolgenti. Era veramente un universo parallelo. Era anche tutto volontario e gratuito (a quei tempi non si vendeva nulla su internet) e in gran parte fatto da studenti e da ricercatori universitari (gli utenti principali dell'internet a quei tempi) e quindi, senza offesa per chi non ha la laurea, fatto con un minimo di criterio. Poi le case discografiche hanno denunciato il primo e massimo ispiratore di tutti noi, Dave Datta, e poi c'e` stata l'esplosione commerciale di Internet, che adesso e` diventata un grande centro commerciale. Sono arrivati gli autobus dei turisti (devo dire che gli italiani si sono subito distinti fra i piu` indisciplinati) e oggi e` persino difficile spiegare qual'era l'etica dell'Internet. Mutatis mutandis secondo me e` stata un'esperienza molto simile a quella della controcultura e delle comuni degli anni '60.  Confido che le prossime generazioni troveranno un altro modo per fare le stesse cose e aggirare le musiche di regime. Come diceva Marx, il problema e` sempre quello di cambiare il mondo, non soltanto di capirlo.


SA: Dato che buona parte della tua attività è pubblicata su un sito internet, pensi che la rete e le web-zine possano funzionare, o rischiano di essere dimenticate in fretta se non supportate da un'edizione cartacea?


S: L'Internet e` appena nata e la vuoi gia` distruggere? Penso che non abbiamo visto ancora nulla. Fra vent'anni queste cose saranno evolute in modi che non riusciamo neppure a immaginare. Sono relativamente contento che le riviste online non siano riuscite a fare soldi e parecchie siano fallite: chi ci ha provato soltanto per farci i soldi ci ha rimesso. Chi ci ha provato per la passione e` ancora li`. Tutto sommato e` una sorta di vendetta per quelli come me che lo facevano gia` negli anni '80 e che di colpo si sono visti sommersi di "concorrenza". Molti di quei concorrenti cercavano soltanto di far soldi e ancora hanno principalmente quell'obiettivo. Ma fortunatamente e` difficile far soldi pubblicando gratis su Internet. E` facile diffondere informazione, e` difficile far soldi. Una combinazione splendida.





SA: So che curi anche una sezione dedicata alla politica internazionale, esprimendo punti di vista piuttosto 'alternativi' rispetto alle fonti di informazione tradizionali...


S: Sono principalmente uno storico. E` una pura coincidenza che la musica rock sia cosi` celebre e pertanto io sia piu` celebre come storico rock che come storico, per esempio, del primo cristianesimo o del ventesimo secolo.


SA: Ho letto addirittura che per te la soluzione al problema palestinese debba consistere nella totale distruzione di Gerusalemme, confermi?


S: Assolutamente. Faccio fatica a pensare a qualcosa che abbia causato piu` tragedie nella storia dell'umanita`. E` un simbolo della stupidita` e della crudelta` umana. Non provo simpatia, in generale, per le religioni.


SA: So che il tuo sito è costruito secondo una precisa filosofia: rifiuto del business relativo all'industria culturale, rifiuto della pubblicità, assenza di immagini, possibilità di parlare liberamente e negativamente di qualsiasi artista senza scrupoli, eccecc... ci vuoi quindi dire che con il tuo sito (uno dei più seguiti - forse il più seguito dagli ascoltatori di musica rock 'underground' in Italia) non ci guadagni un dollaro?


S: Dipende da come conti. Naturalmente se conti il tempo che ci metto sono in perdita mostruosa. Con le stesse ore potrei fare soldi a palate nell'industria del software. Ogni ora che dedico ad un disco e` una perdita netta. Il website ha anche dei costi vivi. La pubblicita` copre piu` o meno i costi vivi. Pero` ci sono anche degli introiti: un numero crescente di riviste e website compra i testi che pubblico sul website. Si puo` discutere se li comprerebbero comunque. Come minimo, dovrei fare uno sforzo per sollecitare i direttori di quelle testate. Invece il website mi consente di far pubblicita` a mia volta ai miei testi e trovare piu` acquirenti. Quindi io metto tutti gli articoli che vendo negli introiti del website. A me sembra anche che questo modello abbia piu` senso del modello tradizionale della rivista, in cui il direttore ti passa un disco e ti dice di recensirlo entro domani. Quelle recensioni sono quelle di cui ti puoi fidare di meno. I miei pezzi su web si evolvono man mano che ascolto un disco. C'e` un punto in cui qualcuno decide che quel pezzo e` cosi` buono che lo vuole comprare. Quasi mai capita il giorno dopo. Spesso capita anni dopo. E, soprattutto, pubblico anche le recensioni che nessuno mi commissiona, fatto non trascurabile... Su una rivista leggi soltanto le recensioni che il direttore della rivista ha deciso di pubblicare. Su web leggi tutte le recensioni che la gente si e` sentita in dovere di fare. Bottom-up rispetto che top-down. Direi che con il complesso delle attivita` culturali riesco a mantenermi. Certo non ti puoi illudere di diventare ricco con il giornalismo rock... Sarebbe relativamente facile fare come hanno fatto in tanti: vendere dischi insieme alla recensioni. Finche' posso farne a meno ne faccio a meno. Idem per la pubblicita` delle grandi case discografiche, che fanno certamente l'acquolina, ma finche' posso farne a meno... Per adesso era e rimane un hobby, e, come tutti gli hobby, ogni penny che ci guadagno e` una sorpresa.


SA: Curiosità: com'è la giornata tipo dello Scaruffi?


S: Un inferno.


pen: BakuniM


fonte : http://www.succoacido.it/uscite/numero%209/scaruffi.html


visitate il sito : http://www.succoacido.it

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domenica, 18 gennaio 2009

TEORIA DELLA CATASTROFE DI TOBA

L'attuale variabilità genetica della specie umana è estremamente bassa. I genetisti Lynn Jorde e Henry Harpending dell'università dello Utah hanno suggerito che la variazione del DNA umano è piccolissima se comparata con quella di altre specie, e che durante il Tardo Pleistocene, la popolazione umana fosse ridotta a un piccolo numero di coppie genitoriali - non superiori alle 10 000 e forse intorno alle 1 000 - con la conseguenza di un pool genico residuo molto ristretto. Sono state formulate varie spiegazioni per questo ipotetico collo di bottiglia, tra cui la più famosa Teoria della catastrofe di Toba.


Nel 1949 il geologo olandese Rein van Bemmelen dimostrò che il lago Toba è il risultato di una caldera vulcanica, completamente ricoperta di ignimbrite. Ulteriori ricerche dimostrano che le ceneri di riolite che l'eruzione emise si trovano sparse in un raggio di 3000 km. Esse interessano oltre all'isola di Sumatra anche la Malesia e l'India inoltre se ne trovano anche sul fondo dell'oceano Indiano e nel golfo del Bengala.


L'eruzione del supervulcano viene fatta risalire a 70-78mila anni fa. Essa è ritenuta una delle più catastrofiche degli ultimi 500 mila anni. Nella scala Volcanic Explosivity Index viene classificata con una magnitudo di 8. Secondo i ricercatori Bill Rose e Craig Chesner del Michigan Technological University, il volume del materiale eruttato era all'incirca di 2800 km³ di cui circa 2000 km³ di ignimbrite e 800 km³ di ceneri che seppellirono l'intera regione sotto numerosi metri di depositi. Si calcola che nella regione attorno al vulcano esse raggiunsero un'altezza superiore ai 400 metri e sedimenti di oltre 4 m sono presenti in molte regione indiane.


L'eruzione ebbe luogo su più settimane e alla fine l'intera regione collassò lasciando un grande cratere che si riempì d'acqua e al centro una nuova montagna che oggi raggiunge i 1600 metri di altitudine e che forma l'isola di Samosir.



Teoria della catastrofe di Toba [modifica]


Sicuramente un simile evento lasciò delle ferite tremende in tutto l'ecosistema mondiale del tempo. Molti organismi vennero spinti sull'orlo dell'estinzione e da studi sul mitocondrio umano alcune ricerche suggeriscono che circa 70000 anni or sono[1] la specie umana fu ridotta a poche migliaia di individui. Questo collo di bottiglia nella numerosità della popolazione umana spiega in parte la scarsa variabilità genetica nella nostra specie. Alcuni ricercatori [2][3] fanno risalire all'eruzione del Toba la causa scatenate di quella drastica riduzione. Questa teoria, per ora non appare in contraddizione con le datazioni matrilineari dell'eva mitocondriale, e patrilineari dell'Adamo Y-cromosomale (Y-mrca).

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categorie: biologia
martedì, 13 gennaio 2009

NDAKINNA CULTURAL CENTER

Ndakinna Cultural Center - Abenaki Native American Museum and crafts



PLEASE VISIT  http://www.ndakinna.org/





Ndakinna Cultural Center Offers Native American Abenaki heritage for Vermont and

beyond.



How You Can Support Ndakinna Museum & Cultural Center Inc.





postato da: neoattivista alle ore 17:16 | link | commenti
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lunedì, 05 gennaio 2009

I giganti e i ciclopi nella tradizione, mitologia e cultura





a cura di Selena "Elfwine" M.









Il ciclope Polifemo, di pura stirpe italica, è solo uno dei molti appartenenti alla razza dei giganti, con le sue sottospecie e parentele, che popolano miti e leggende fin dall'antichità.







I miti e le leggende che costellano la lunga marcia dell'umanità, dalla preistoria fino alla moderna società postindustriale, hanno spesso riguardato esseri infinitamente piccoli o invisibili (elfi, folletti, troll) oppure infinitamente grandi (Giganti, ciclopi). È interessante notare come tali miti, pur nella loro fantasia e a volte manifesta irrazionalità, si siano radicati nell'essere umano quali espressioni di eventi ancestrali, come se l'uomo insomma avesse cercato di rendere razionalmente comprensibili alcuni fenomeni altrimenti inspiegabili. Oltre a rappresentare una "dimensione parallela", il mito si configura allora quale espressione di una delle qualità più eminentemente umane: la fantasia, il potere di sognare e creare, e in qualche modo sostituirsi alla Forza Creatrice in cui ogni uomo crede.




Le forze della Terra, nell'immaginario degli antichi, assumevano volti e corpi; uno dei più usati era quello dei Giganti. Essi compaiono nei miti ora come nemici degli Dei, ora come razza che va scomparendo, ora come corpo da cui la vita stessa ha origine.




Talvolta i viaggiatori si vantavano di averne visti, e nei loro racconti riportavano avventure incredibili. I crani degli elefanti, sbiancati dal tempo, facevano pensare a immani esseri con una sola cavità oculare... e furono i Ciclopi, compagni di Polifemo.




Furono Giganti, primi figli degli Dei.




"La figura dei Giganti è nata probabilmente da molteplici rappresentazioni originarie", presume lo scrittore e divulgatore scientifico Ernst Probst. Secondo lui la fonte è da cercarsi "nei criteri di misurazione assai diversi che esistevano allora, nel vedere in insoliti fenomeni della natura la manifestazione di creature dalla forza eccezionale (si pensava che l'avversario sconfitto avesse proporzioni sovrumane: tali concezioni avevano un loro ruolo nelle storie di draghi), forse anche nelle allucinazioni dovute al consumo di droghe". E ancora: "Quasi ogni Paese aveva un tempo il suo Gigante nazionale, che risaliva quasi sempre al ritrovamento di ossa di elefanti, la cui vera natura era sconosciuta."




Tra i numerosi miti, ci soffermeremo ora su quelli riguardanti i "giganti" nati in un delimitato ambito geografico, il bacino del Mediterraneo.




Generalmente, parlando di Mediterraneo, si pensa alle sole civiltà greca e romana, con i loro vastissimi repertori mitici; la mitologia romana è però frutto della commistione tra quella greca e quella italica ed etrusca, e più a ritroso nel tempo non si esclude che uno tra i più antichi cantori del mito greco, Esiodo, nella metà del VII a.C., sia stato influenzato dalle culture micenee o persiane, per citarne solo un paio, come si vedrà in seguito a proposito di uno dei suoi testi più famosi, la Teogonia.




Presso gli antichi popoli Italici, in epoca antecedente all'avvento di Roma, esisteva per esempio un etimo particolare: "Volcanus, Volkanus o Vulcanus"; si ritiene che sia di origine indoeuropea, e veniva associato a una divinità messa in relazione col fuoco vulcanico, se è vero che il suo culto conservava uno dei principali centri a Pozzuoli, nei Campi Flegrei (luogo che incontreremo, non a caso, in uno dei miti più importanti, la Titanomachia), secondo quanto ci racconta il geografo greco Strabone (64 a.C - 21 d.C.). I Romani ereditarono questo culto dagli Etruschi e finirono per identificare questa divinità con il dio greco Efesto. In particolare, a Roma assunse forte rilevanza il culto di Vulcano nel corso dell'età monarchica, tanto che Servio Tullio - uno tra gli ultimi re - era ritenuto diretto discendente di tale dio.




A loro volta i Greci derivarono il mito di Efesto dai popoli stanziati in Asia Minore e nelle isole Cicladi, quindi da una sorgente diversa da quella italica del dio Vulcano. È risaputo, infatti, che i popoli mediorientali ebbero a che fare con le eruzioni dei vulcani delle Cicladi e dell'Anatolia.




Il tratto dominante dell'area mediterranea, dunque, è questa sorta di sincretismo mitologico che trova ragion d'essere in una delle caratteristiche fondamentali dei popoli stanziati nella zona: la voglia sempre viva di esplorare lo sconosciuto. L'opera di Omero in tal senso ne è l'emblema.




Il viaggio, lo spostamento, è l'attività privilegiata di questi popoli, di quello greco in particolare; viaggi principalmente a scopi commerciali, per aprire rotte più vantaggiose e sicure, e scovare mercati vergini dove poter vendere i propri prodotti: nulla di nuovo, in fondo. I viaggi marittimi avvenivano prevalentemente tra la stagione primaverile e quella estiva, e in ogni caso era raro che ci si allontanasse dalla costa; accadeva quindi che, durante la navigazione, con un occhio si sfiorasse l'immensità delle acque, ma con l'altro si rimanesse attaccati alla Madre Terra. A questo punto, bisogna considerare un fattore per così dire "geologico" dominante del bacino mediterraneo: la presenza di eventi vulcanici primari (soprattutto) e secondari. Tra il XIV e il VII secolo a.C. si ritiene che tali fenomeni dovessero presentarsi in numero ed entità maggiori rispetto ai giorni nostri.




La combinazione di navigazione a vista e vulcani deve aver prodotto nell'immaginario dei marinai la credenza nell'esistenza di Giganti, enormi esseri viventi i cui occhi erano scambiati per quegli enormi fuochi che ardevano sulle coste. Purtroppo, a causa del sincretismo e delle stratificazioni culturali succedutesi nel corso dei secoli, non è possibile gettare uno sguardo unitario sul panorama mitologico complessivo dell'epoca: basti citare il caso della quasi sconosciuta civiltà micenea, cui subentrò quella ben più famosa dei greci. Certo è che in tutte le culture mediterranee esistono riferimenti a culti specifici correlabili a quello primordiale del fuoco sotterraneo: tra i vari esempi ci sono quello delle Vestali romane, o dell'antichissima dea Hestia nel pantheon greco, passata poi in quello romano appunto come Vesta.






Zeus, appartenente anch'egli alla stirpe dei giganti, fu il primo esempio di rivoluzionario cosmico, nella sua lotta contro il dispotico genitore, Crono.







Il panorama mitologico mediterraneo è strettamente legato al tema del "fuoco", inteso come forza insopprimibile, la quale può essere creatrice o distruttrice: tra i miti più famosi si possono inserire la distruzione di Atlantide, la guerra fra i Giganti e Zeus, Prometeo che ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini, il ciclope Polifemo e Ulisse, la Fucina di Vulcano, fabbro di Zeus, l'Averno e la porta degli Inferi, mito vivo addirittura al tempo della Commedia dantesca!




In area greca esiste una leggenda nella quale si vede riflesso il legame tra eventi vulcanici e Giganti: quella che narra del Gigante Talo. Di questo mostro si parla soprattutto nelle Argonautiche, poema epico redatto da Apollonio Rodio (290 - 260 ca a.C) in età ellenistica nel tentativo di rivitalizzare un genere oramai agonizzante. Ci troviamo nel corso del viaggio di ritorno degli Argonauti; Giasone ha già raggiunto il suo obiettivo, recuperare il vello d'oro, ed è riuscito a sedurre la maga Medea (la seduzione era un tema caro alla cultura ellenistica) quando, nei pressi di Creta, si erge innanzi alla sua nave (l'Argo) un immenso Gigante di bronzo, Talo appunto. La forza vitale di quest'ultimo risiede in un'unica vena che corre dalla testa alla caviglia, dove è situato una specie di tappo. Il Gigante cerca di staccare delle rocce da scagliare contro l'Argo, ma Medea riesce, con le sue arti magiche, a provocargli visioni malefiche, che gli fanno perdere l'equilibrio; nella caduta la caviglia si scalfisce, determinando la rottura della vena cosi che il sangue inizia a sgorgare a fiotti. Talo si abbatte morto sulla riva.




Apollonio usa il mito come semplice spunto narrativo (retaggio anche questo della cultura ellenistica) ma le informazioni riguardanti Talo sono numerose, e in genere riconducibili a eventi vulcanici: il Gigante manifestava appunto tale costituzione "vulcanica" scagliando massi contro gli intrusi, bruciandoli, arroventandosi e stringendoli in un abbraccio mortale, e lui stesso aveva lava al posto del sangue.




In mitologia esistono varie storie legate a Talo: per dovere d'informazione bisogna aggiungere che, oltre a un Gigante di bronzo, in altre versioni si tramandava che fosse un toro fabbricato o donato a Minosse dal dio Efesto, per custodire Creta. Il mito narra che egli compisse tre volte al giorno il giro dell'isola, o che visitasse tre volte l'anno i villaggi di Creta, recando tavolette di bronzo con sopra incise le leggi; è presente un legame tra Gigante e cupa oppressione, il che rafforzerebbe l'ipotesi che nell'immaginario collettivo dell'epoca Talo fosse la personificazione del vulcano di Santorini, la cui esplosione si ritiene abbia avuto conseguenze devastanti per la civiltà cretese. Un'altra versione ancora racconta che Talo, nella veste di Gigante di ferro costruito da Efesto, fu da Zeus posto a guardia di Creta quando vi lasciò la ninfa Europa.




Rimanendo sempre nello stretto ambito ellenico, trattando di Giganti non si può tacere circa uno dei testi sul quale si fondano gran parte dei miti che li riguardano: la Teogonia. Si presenta nella forma tradizionale dell'epoca, il poema, ed è composta di 1022 esametri epici: con quest'opera Esiodo tenta di ordinare l'immensità del materiale tradizionale e popolare che circolava fin dalla notte dei tempi circa la generazione degli dèi e l'origine dell'Universo. Per dare un esempio della diversità che si poteva riscontrare nei miti, basti ricordare che per Esiodo la coppia di divinità generatrici è rappresentata da Gea e Urano - scelta obbligata per chi intendesse presentare una sistemazione razionale del materiale mitologico; quale coppia migliore di Terra/Cielo? - mentre per Omero, (il quale, da alcuni passi dell'Iliade, pare essere a conoscenza di cose relative agli dèi che però non sembra aver avuto interesse a trattare nella sua narrazione), tale coppia è rappresentata da Oceano e Teti. Dunque, in ogni autore che si apprestava a trattare argomenti mitologici (e sicuramente ce ne saranno molti le cui opere sono perdute) si nota un'estrema libertà nello scegliere o tralasciare fatti e personaggi.




Va presa con le pinze la definizione di Erodoto (480 - 430 a.C. ca) "pròtoi heuretaì" dedicata a Esiodo e Omero, che tradotta suona quasi come "primi scopritori" [delle cose relative agli dei]. Infatti, il progresso degli studi e le più recenti scoperte archeologiche hanno permesso di capire quale ingente quantità di materiale cosmologico vi fosse alle spalle di Esiodo, materiale risalente per lo più a civiltà anteriori e diverse da quella greca (quella del Vicino Oriente per esempio), e poi passato nella civiltà ellenica per quel fenomeno di sincretismo già accennato prima. Bisogna ricordare che lo stesso Esiodo era figlio di un colono che aveva abitato per lungo tempo a Cuma, una città affacciata sulla costa dell'Asia Minore; inoltre il poeta era originario della Beozia, regione che in tempi anteriori era stata il maggior centro di sviluppo della cultura micenea.




È interessante osservare come, nella Teogonia, Esiodo abbia in un certo modo "classificato" i Giganti in varie stirpi, tutte discendenti dalla coppia Urano-Gea; i due procrearono dapprima i Titani: "l'Ocèano profondo, e Coio, Crio, Giapèto, Mnemòsine, Tèmide, Rea, Iperione, Tea, l'amabile Tètide, e Febe dalla ghirlanda d'oro" e il più importante di essi, "il fortissimo Crono... di scaltro consiglio, fra tutti i figliuoli il piú tremendo; e d'ira terribile ardea contro il padre". Il motivo di tanto odio è presto detto, e ce lo narra lo stesso Esiodo: "Uràno come nascevano, tutti li nascondeva giù nei bàratri bui della Terra, non li lasciava a luce venire".




La seconda stirpe è quella dei Ciclopi (propriamente dal greco kuklops = dall'occhio rotondo): "...[Gea] generava [i Ciclopi] dal cuore superbo, Stèrope, Bronte, e Arge dal cuore fierissimo: il tuono diedero questi a Giove, foggiarono il folgore... solamente un occhio avevano in mezzo alla fronte ed ebbero quindi il nome di Ciclopi". In età arcaica i mitografi distinguevano a loro volta tre stirpi di Ciclopi: i figli di Gea e Urano, appartenenti alla prima generazione di giganti; i Ciclopi "costruttori", artefici di tutti quei monumenti presenti in Grecia o in Sicilia formati da blocchi di pietra così giganteschi che non erano creduti frutto di attività umana (da qui le "mura ciclopiche"); infine, i Ciclopi "siciliani", resi famosi dalla letteratura greca, quella omerica in particolare (ad esempio Polifemo).




Si diceva che essi occupassero le zone più calde dell'Etna, gli antri più inaccessibili e sperduti della Sicilia e delle Eolie, e che fossero, agli ordini di Efesto, i fabbri degli dèi ai quali procuravano le armi. Relativamente al legame dei Ciclopi con il fuoco, bisogna aggiungere che nella Grecia primitiva esisteva una sorta di "corporazione" dei mastri fabbri ferrai, i quali portavano tatuati sulla fronte dei cerchi concentrici, simboli del Sole e del fuoco. Nell'immaginario collettivo, dunque, il simbolo del tatuaggio (che poi diventò l'unico occhio centrale) si legò quindi indissolubilmente al "fuoco".




Mi sembra opportuno evidenziare due importanti conseguenze legate al mito dei Ciclopi: in primo luogo si deve rilevare ancora una volta la relazione "vulcanica", poiché essi abitavano in caverne sotterranee, dove i colpi delle loro incudini e il loro ansimare faceva brontolare appunto i vulcani della zona, mentre il fuoco della loro fucina arrossava la cima dell'Etna. Inoltre, c'è uno stretto legame tra Ciclopi e Natura che sarà avvertito in maniera particolare in età ellenistica, quando l'imponente fenomeno di inurbamento spinse autori come Teocrito (315 - 260 ca a.C.) a riscoprire i valori della natura, seppur in un'atmosfera sognante e idealizzata (insomma, ben lontana da quella delle Georgiche virgiliane). Proprio a questo autore, per esempio, si deve un idillio incentrato sulla figura di un Ciclope, innamorato della bella Galatea, che tuttavia non riesce a conquistare pur sfoderando tutte le sue arti "seduttive"; si assiste, insomma, a una profonda frattura, ormai consolidata, tra mondo cittadino e naturale. La terza stirpe di Giganti figli di Gea e Urano furono gli Ecatonchiri: "...Cotto, Gía, Briarèo, figliuoli di somma arroganza. A essi cento mani spuntavan dagli òmeri fuori, indomabili, immani, cinquanta crescevano teste fuor dalle spalle a ciascuno..."




Oltre alla versione mitica, bisogna registrare anche la posizione assunta dai cosiddetti "evemeristi", seguaci cioè della teoria portata avanti dal filosofo Evemero di Messene (III a.C.): secondo questi, gli dèi altro non erano che uomini leggendari (come potevano essere, per i Romani, Muzio Scevola o la guerriera Camilla) realmente esistiti e divinizzati dalla fama popolare. Secondo tale ottica, dunque, gli Ecatonchiri erano uomini che, in un tempo lontanissimo, avevano occupato la città di Ecatonchiria e avevano porto il loro aiuto agli abitanti di Olimpia (gli olimpici) nella guerra per cacciare i Titani dalla regione.




Ovviamente, non si tardò ad accusare chi appoggiava le tesi di questa vera e propria "filosofia della storia" quali propugnatori dell'ateismo.




Lo stato di equilibrio tra queste tre stirpi venne rotto a opera del Titano più intraprendente, Crono, alleatosi con la madre Gea (disperata per la sorte dei propri figli) contro il padre Urano.




Gea gli offrì lo strumento: "generò del cinerèo ferro l'essenza, una gran falce..." ma lo spirito vendicativo e punitivo era tutto di Crono: "O madre, io ti prometto di compier l'impresa ché nulla del tristo mio padre m'importa: ché egli ai nostri danni rivolse per primo la mente". La ribellione di Crono segna l'inizio di quell'immane lotta che prende il nome di "Titanomachia", una guerra combattuta tra generazioni successive di Giganti (Urano, Crono, Zeus) per la conquista del potere sull'Universo. La detronizzazione di Urano avvenne in maniera molto cruenta: con la falce prodotta dalla madre, Crono evirò il padre, lasciando che i genitali cadessero nel mare (e da qui prende avvio il famoso mito di Venere nata dalla spuma del mare).






Tutta la violenza e la crudeltà di Crono che divora uno dei suoi figli, in un'opera di Goya.







Dopo aver precipitato negli Inferi i fratelli Ciclopi ed Ecatonchiri, ed essersi congiunto con la sorella Rea, Crono ottenne il pieno potere; siamo nel pieno della seconda generazione di Giganti. Ben presto, però, Crono cadde nella cattiva usanza di divorare i propri figli, indotto a ciò dalla predizione dei genitori - depositari di saggezza e conoscenza - secondo cui egli era destinato a venire a sua volta deposto da un figlio: "...aveva saputo dalla Terra, da Uràno fulgente di stelle, che era per lui destino soccombere al proprio figliuolo." In tal modo, a mano a mano che Rea generava i figli, Crono"...l'inghiottiva, come ciascuno dall'utero sacro su le ginocchia della sua madre cadesse...", e questa fine fecero Estia, Demetra, Era e Ade. In una società patriarcale, quale doveva essere quella greca dell'epoca, il timore di venire spodestati dai propri figli doveva essere molto sentito, tanto da aver prodotto una mitologia incentrata proprio su tale "pratica". In tempi più recenti il tema è stato efficacemente trattato da Goya attraverso un affresco eseguito nella fase terminale della sua carriera, nella "Quinta del Sordo": mi riferisco a "Saturno che divora uno dei suoi figli"(1821 - 1823), esposto ora al museo del Prado, a Madrid. Tale affresco è stato riconosciuto dai critici quale emblema della disperazione e della più cupa bestialità del potere che non esita a compiere l'atto più vile per un genitore pur di mantenere il predominio.




Con la nascita di Zeus si giunse al momento della definitiva resa dei conti e allo spiegamento della terza generazione di Giganti. Rea, in procinto di mettere al mondo Zeus, l'ultimo dei suoi figli, su suggerimento dei genitori Gea e Urano fuggì a Creta, dove partorì; in seguito presentò a Crono una pietra avvolta di fasce, che egli prontamente divorò senza accorgersi dell'inganno. A tal proposito, Esiodo ci dice: "...concertarono insieme quanto era segnato dal Fato... la mandarono a Litto, fra il popolo ricco di Creta... [Rea] lo nascose in un antro inaccesso, con le sue mani, sotto santissimi anfratti terrestri... una gran pietra ravvolta di fasce, la porse all'Uranide [figlio di Urano] grande...con le sue mani quello la prese, la cacciò nel ventre, né gli passò per la mente [che] era rimasto immune dal danno l'invitto suo figlio, che con le forti sue mani doveva ben presto domarlo..."




Ecco come ha origine la terza generazione di Giganti, quella che avrà più fama nella mitologia greca: la stirpe olimpica. Ben presto, infatti, la Titanomachia entrò nella sua fase più dura e violenta, lo scontro tra Zeus e gli alleati Ciclopi ed Ecatonchiri, liberati dalla prigione in cui li aveva gettati il fratello ("del suo beneficio poi memori furono sempre") contro Crono unitosi ai fratelli Titani. Il mito racconta che Atlante e suo fratello Menezio si coalizzarono con Crono (il "tempo", ovvio nemico degli dèi immortali) e agli altri Titani nella loro guerra contro gli dei dell'Olimpo. Da parte sua, Zeus, tramite una pozione, indusse Crono a vomitare i figli divorati in precedenza, i quali divennero i suoi alleati più forti.




"E Giove non frenò la sua furia, ma subito il cuore a lui di negra bile fu colmo; e di tutta la forza sua fece mostra..." dice Esiodo. La lotta durò dieci anni, e vide alla fine vincere Zeus e i suoi alleati in accordo al responso di un oracolo, il quale gli aveva predetto che sarebbe riuscito vincitore se avesse liberato i fratelli di Crono - Ciclopi ed Ecatonchiri - imprigionati nel Tartaro.




Anche in tale mito è ravvisabile un legame con eventi vulcanici, basti pensare al modo in cui combattevano Zeus e i suoi: "...ben trecento massi lanciavan dai pugni gagliardi sempre via via piú fitti, copriano i Titani con l'ombra dei colpi...", terribilmente simile a un'esplosione vulcanica. Inoltre il mito narra che la battaglia decisiva si svolse nel cielo sovrastante la già citata area vulcanica dei Campi Flegrei. Al fatto che gli eventi naturali, che all'epoca sferzavano l'area mediterranea, col tempo non si attenuarono, è probabilmente legata l'ultima prova che gli olimpici dovettero sopportare. Il mito prosegue narrando, infatti, la nascita di 24 nuovi Giganti, figli della Terra, nei pressi di Flegra, in Tracia (zona caratterizzata non casualmente dalla presenza di vaste distese ignee) che avrebbero nuovamente dato l'assalto al cielo degli dei, per vendicarsi di Zeus.




Ognuno di tali Giganti venne sconfitto e sepolto vivo sotto i massi scagliati da Zeus o da qualche altro dio olimpico. Il legame più evidente con l'attività vulcanica si nota osservando i luoghi in cui tali Giganti vennero sepolti: Tifone o Encelado nell'Etna, Tifeo a Ischia, altri sotto i Campi Flegrei.




Dunque anche nella "Titanomachia", uno dei miti più famosi e importanti legato ai Giganti, s'intravede riflesso il legame tra leggenda e attività vulcanica, evidente nel modo di affrontare la battaglia (con il lancio di massi e tizzoni ardenti) oppure nella scelta dei luoghi chiave, devastati da cataclismi vulcanici.




Esiste, per la precisione, anche una versione differente del mito, elaborata secondo interpretazioni orfiche, seguendo la quale si assiste a una successiva riconciliazione tra Zeus e Crono, con quest'ultimo che assume la veste di re buono e magnanimo.




In ambito latino, Crono passò come Saturno (divinità tipicamente italica, cui è legato anche un particolare metro arcaico della latinità, il saturnio appunto) con una propria importanza: era usanza, infatti, porre in Campidoglio, come buon auspicio, il trono di Saturno, creduto opera diretta di Romolo.




Presso i Celti e nelle leggende nordiche i ritrovamenti dell'agire dei Giganti, più che a ossa di elefanti, erano probabilmente legati all'esistenza dei dolmen, o all'attività degli elementi naturali (solo esseri eccezionali potevano rappresentare il lavorio delle forze che muovono la Terra).






La figura mitica dei giganti sopravvive e si arricchisce anche nel Medio Evo. Nell'immagine vediamo Re Artù in uno scontro epico contro un rappresentante di questa razza.







In Irlanda un'intera area, la Giant's Causeway, si ritiene sia stata costruita dal leggendario Gigante Finn MacCool per permettere a un Gigante scozzese, Benandonner, di raggiungere la terra d'Irlanda e sfidarlo. Secondo altre fonti, Finn avrebbe costruito il ponte per raggiungere la donna amata attraverso il mare. Una serie di lunghe colonne di basalto s'innalza dal terreno, lungo la costa, e pare tendere verso terre lontane. La zona, creata da una catena di eruzioni vulcaniche e dall'erosione del mare in milioni di anni, è tuttora meta di turisti.




Anche nell'Edda, saga nordica per eccellenza che fu messa per iscritto nel primo Medioevo, troviamo presenza dei Giganti. I Giganti nordici sono assimilabili per alcuni profili ai Titani delle leggende mediterranee (per esempio anch'essi sono collegati all'elemento fuoco), per altri sono invece più simili ai Troll.




L'inizio dei tempi è scandito dalla nascita di due esseri, uno dei quali è Ymir il Gigante. Da Ymir discende una razza di giganti, e solo in seguito la razza degli uomini. Tra uomini e Giganti, malvagi di natura, nasce una lotta vinta dai primi e dai loro Dei. Dal corpo di Ymir, Odino e i suoi fratelli creano il mondo: dalla carne la terra, dal sangue mare e fiumi, dalle ossa le montagne, dai capelli gli alberi, dal cranio la volta celeste e dal cervello le nuvole.




Il rapporto tra uomini e Giganti è raramente pacifico; come gli antichi dèi (Zeus, Odino) così gli eroi delle leggende bretoni e scozzesi affrontano i Giganti come nemici, sconfiggendoli più spesso con l'astuzia che non con la forza. In Scozia, due Giganti del Loch Shiel vengono gabbati da un uomo: con la scusa di stabilire chi sia il più forte tra loro, vengono convinti a lanciare le rocce di un glen, un appezzamento di terreno, il più lontano possibile. Gli sciocchi finiscono poi per perdersi per sempre agli estremi del mondo, una volta giunto il momento di recuperarle, lasciando agli uomini un campo eccezionalmente privo di rocce.




Dietro alla costruzione dei maggiori cerchi di pietre ci sono leggende di Giganti: di fronte a quei massi colossali infissi nel terreno, ci si chiedeva quali forze immani fossero state in grado di erigere tali opere. Lo stesso cerchio di Stonehenge viene chiamato "danza dei giganti".




Anche la Bibbia parla spesso di Giganti. Nel "Deuteronomio" gli Ebrei, giunti nella Terra Promessa, trovano a Rabbath il letto di ferro di un Gigante scomparso, "era lungo nove cubiti e largo quattro...", o li incontrano: "vedemmo i giganti, i figli di Anak che discendono dai giganti e ai nostri occhi noi eravamo di fronte a essi come dei grilli - e ai loro occhi eravamo come dei grilli". In Genesi 4,1.4: "in quel tempo sulla terra vi erano dei Giganti e in seguito quando i figli di Dio si unirono alle figlie degli uomini ed ebbero dei figli, questi figli divennero uomini potenti e furono celebri eroi nell'antichità".




Senz'altro il più famoso tra i Giganti biblici è Golia, e la sua vicenda diviene il simbolo della vittoria del bene sul male, dell'astuzia sulla forza violenta. Benché non altrettanto celebre, Og è un altro dei Giganti citati nella Bibbia meritevole di richiamo. Mosè lo sconfigge durante la conquista di Canaan, e secondo la mitologia ebraica esso faceva parte dei numerosi Giganti antidiluviani, l'unico a sopravvivere al diluvio perché l'acqua gli arrivava appena fino alle ginocchia.




Un altro episodio biblico narra che nei dintorni di Ebron vivesse una stirpe di Giganti, discendenti da Anak: gli Anakiti. Tre figli di Anak (Achiman, Sesai e Talmai) gettarono nel panico gli israeliti durante il loro cammino verso la Terra Promessa.




Probabilmente da questi Giganti prendono il nome quelli che nel mondo greco erano venerati come stirpe di dèi e di antichi re, gli anachi.




In Austria e in Germania i Giganti si muovono in selve, grotte e boschi. Aimone, per esempio, era un gigante che aveva dimora vicino alle sorgenti del Reno. Scontratosi con un suo simile di nome Tirso, che abitava la valle dell'Inn, l'aveva ucciso. La cosa non era piaciuta agli abitanti locali, tant'è che Aimone fu costretto a riparare al proprio misfatto affrontando una creatura mostruosa che funestava la zona.




Il Bayernkonigsloch (tana del re bavarese), una località situata nel nord del Tirolo, secondo alcune leggende locali deve il suo nome ai Giganti che avevano cura di sorvegliare "l'ingresso ai padiglioni dell'imperatore". Molte leggende narrano di Riibezahl, il genio del monte dei Giganti, che aiutava i viandanti ma si vendicava senza pietà di chi osava dileggiarlo.




Nelle saghe del Reno i Giganti sono numerosissimi.




Un Gigante di nome Tannchel avrebbe fatto saltare le rocce che facevano ristagnare le acque del Reno nella zona della Foresta Nera.




Cronache medioevali infine raccontano che l'imperatore Massimiliano in persona abbia sconfitto l'ultimo Gigante dell'Odenwald, in un torneo svoltosi nella città di Worms, situata sulla riva occidentale del Reno. In epoca medioevale un uomo particolarmente grosso e alto non poteva che far pensare ai caratteri del mito.




Non c'è area del mondo conosciuto in cui i Giganti non abbiano avuto un qualche ruolo.




Espedienti nella crescita del personaggio, o spiegazione di fenomeni inspiegabili, queste leggende sorgono dappertutto, perfino in America Latina (alcuni studiosi parlano a riguardo di una razza vera e propria, teorizzandone l'esistenza... in qualche luogo).




Il Gigante pare dunque rispondere a un'esigenza umana, quella di dare alla natura un volto razionale simile a quello umano. Un archetipo quindi, un mito per spiegare quanto non è o non era possibile spiegare.




Testo riprodotto su autorizzazione della redazione di Terre di Confine e apparso sul numero 2, gennaio 2006, della rivista

postato da: neoattivista alle ore 13:21 | link | commenti
categorie: cultura

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postato da: neoattivista alle ore 13:20 | link | commenti
categorie: attivismo
giovedì, 01 gennaio 2009

PIETRO BISIO SU WIKIPEDIA



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mercoledì, 24 dicembre 2008

Scopre un nuovo Hiv : fra tre mesi la ricercatrice resterà senza posto

LECCO


La Foglieni, 32 anni: la mia paga? Mille euro al mese












Barbara Foglieni
Barbara Foglieni

MILANO — Nell'anno del premio Nobel al francese Luc Montagnier, scopritore del virus dell'Aids, una biologa molecolare italiana ne ha individuato una pericolosa variante: l'Hiv-1. Pericolosa perché non registrabile da alcuni dei test più frequentemente usati per sapere se l'infezione è in corso oppure no. Per esempio per valutare se il sangue donato è «pulito». Negli Stati Uniti la scoperta ha avuto il giusto risalto al meeting annuale dell'American association of Blood Banks (l'associazione americana delle banche del sangue), svoltosi nei giorni scorsi. L'Aids per il mondo è un nervo ancora scoperto e la «variante Lecco», così è stato chiamato l'Hiv-1 (frutto della ricombinazione di due ceppi diversi del virus), riaccende l'attenzione anche per quanto riguarda la sicurezza delle trasfusioni.


Quello che non è chiaro negli Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna dove la biologa di Lecco ha passato una settimana (a Cambridge con soldi dell'Unione europea) per sequenziare la «sua» variante, è che l'artefice della scoperta guadagna poco più di mille euro al mese (1.200 con gli straordinari) e che a fine marzo sarà disoccupata. È il «paradosso italiano» a colpire ancora. Barbara Foglieni, 32 anni, artefice della scoperta della nuova variante del virus dell'Aids, è una precaria. Tra tre mesi sarà disoccupata: il suo contratto a termine all'ospedale «Manzoni » di Lecco scade a fine marzo. «Spero me lo rinnovino», dice. Lei lavora nel laboratorio di Biologia molecolare del Dipartimento di medicina trasfusionale e di ematologia (Dmte) del «Manzoni», diretto da Daniele Prati. Ancora tre mesi di lavoro garantito. E poi? Potrebbe diventare un «cervello in fuga ».


È già corteggiata dai centri di ricerca di mezzo mondo. Dieci ore al giorno in laboratorio con una paga da badante, una passione per la ricerca scientifica e una vita di studi. L'amore per la scienza sbocciato sui banchi del liceo. «Dopo la lettura di un libro del nobel per la chimica Kary Mullis, la cui scoperta ha rivoluzionato la genetica», racconta. L'esperienza negli Usa (Clinica pediatrica di Philadelphia) e al San Raffaele di Milano. Quindi, nel 2007, Barbara torna a Lecco. Perché? «Per due motivi — risponde —: qui vive la mia famiglia e il primario Prati mi ha convinto a seguirlo da Milano a Lecco». Ma anche perché convinta che in un'ospedale di provincia «si possa fare dell'ottima ricerca, basta tantissima buona volontà». Tanta buona volontà. E Barbara Foglieni ne ha tanta. Basti pensare che per lavorare in una struttura pubblica, si è addirittura dovuta laureare due volte. Burocrazia italiana. Altro paradosso.





Una storia nella storia: «La prima laurea nel 2000 in Biotecnologie alla Statale di Milano non mi permetteva di iscrivermi all'ordine professionale dei Biologi. Mi hanno obbligato a conseguirne una seconda (a Napoli, dopo tre esami e una nuova tesi, nel settembre scorso), di quelle che adesso si chiamano "specialistiche", sempre in biotecnologie. Stessi studi e stesse materie, ma ora posso lavorare nel pubblico». Vinta anche la burocrazia, due mesi fa Barbara, con l'équipe guidata da Prati, ha scoperto la «variante Lecco» del virus dell'Aids. In Inghilterra o negli Stati Uniti avrebbe già un finanziamento personale per portare avanti gli studi. In Italia no. Per la brillante Foglieni c'è lo spettro della disoccupazione.



Mario Pappagallo

23 dicembre 2008

postato da: neoattivista alle ore 11:43 | link | commenti
categorie: politica, biologia
martedì, 16 dicembre 2008

BLACK JACK , L'ALFIERE NERO CHE VALE COME L'ASSO PIGLIATUTTO

blackjack0questo fumetto racconta le avventure di un medico senza licenza, soprannominato Black Jack. Quello che rende Black Jack un chirurgo ricercato è la sua abilità straordinaria che gli permette di curare malattie considerate incurabili da tutti gli altri medici e di fare interventi impossibili. black jack cura tutto con il bisturi, e si fa pagare somme esorbitanti. Di lui si sa solo ciò che si può osservare e provare a dedurre.

Quali sono le potenzialità di un manga basato su un personaggio enigmatico che con i suoi ferri può tutto e opera ovunque? La risposta è scontata: tantissime.

Black Jack è una serie molto lunga (24 volumi) costituita di episodi autoconclusi, in ognuno dei quali il medico si trova a dover affrontare un nuovo bizzarro ingaggio. Brevi racconti toccanti e poetici. il dialogo è al minimo e l'azione al massimo. Tezuka era laureato in medicina e metteva tutte le sue conoscenze in gioco sul tavolo da disegno di quest’opera incredibile, e questo personaggio è platealmente il suo alter-ego. Certo, il fumetto è parecchio datato e ci sono alcuni elementi stranianti: per quanto spesso storie e situazioni dure il tratto di Tezuka è quello caratteristico e che lo ha reso immortale e che consideriamo "comico" e spesso si lascia andare a vezzi e giochi. Eppure è impossibile non lasciarsi catturare dall’umanità dei personaggi, per quanto a volte estremizzate. Nei Tezuka_BJack_500racconti appaiono malattie reali, anche se rilette in un ottica deformante e amplificata, per sfruttare la poesia e affrontare l'etica. black jack non è un eroe: si muove per denaro e se necessario compie operazioni che avrebbero disgustato lo stesso Dott. Frankenstein, ma al tempo stesso in qualsiasi occasione è a favore della vita e per sostenere le sue posizioni (sempre in condizioni estreme [d'altronde CHI contatterebbe un medico senza licenza?]) rischia persino la sua. È emozionante l’epopea di questo incredibile chirurgo dalle capacità dichiaratamente sovraumane e dal bizzarro aspetto(ebbene si... perchè black jack non rivela la sua identità nemmeno al lettore e il suo corpo è coperto di cicatrici...)









blackjack01






































postato da: neoattivista alle ore 18:53 | link | commenti (6)
categorie: manga
venerdì, 12 dicembre 2008

LA SINGOLARITA' NON E' VICINISSIMA... MA POTREBBE ACCADERE

     Domande e risposte con Ray Kurzweil      



    Cosa è la singolarità?       



    Nei prossimi 25 anni, l'intelligenza non-biologica eguaglierà la ricchezza e la raffinatezza dell'intelligenza umana per poi superarla abbondantemente grazie a due fattori: la continua accelerazione del progresso dell'informatica e la capacità [delle intelligenze non-biologiche - NdT] di condividere rapidamente il proprio sapere. Integreremo nanorobot intelligenti nel nostro corpo, nei nostri cervelli e nell'ambiente, risolvendo così problemi come l'inquinamento e la povertà, aumentando significativamente la nostra longevità, permettendo realtà virtuali che comprendano tutti i sensi (come in "The Matrix") e la "trasmissione di esperienze" (come in "Essere John Malkovich"), nonchè un notevole incremento dell'intelligenza umana. Il risultato sarà la fusione della specie creatrice di tecnologie con il processo evolutivo-tecnologico a cui essa ha dato vita.       



    E questa è la singolarità?     



    No, questa è solo la fase che la precede. L'intelligenza non-biologica avrà accesso al proprio design e potrà migliorarsi in un ciclo sempre più veloce di riprogettazione.  Arriveremo al punto in cui il progresso tecnologico sarà talmente rapido da essere incomprensibile per l'intelletto umano non incrementato. Quel momento  contrassegnerà la singolarità.     



    Quando accadrà?     



    La data che ho fissato per la singolarità - intendendo con questo termine una profonda e perturbante trasformazione delle capacità umane - è il 2045. Le intelligenze non-biologiche generate in quell'anno saranno un miliardo di volte più potenti di tutta l'intelligenza umana di oggi.     



    Perchè si chiama singolarità?       



    Il termine "singolarità" nel mio libro è paragonabile all'uso di questo termine nella fisica. Così come non possiamo vedere oltre l'orizzonte degli eventi di un buco nero, così troviamo difficile vedere oltre l'orizzonte degli eventi della singolarità storica.  Come possiamo, con i nostri limitati cervelli biologici, immaginare cosa potrà fare e pensare una nostra civilizzazione futura, con intelligenze moltiplicate trilioni di volte? Tuttavia, così come possiamo trarre conclusioni circa la natura dei buchi neri senza mai esserne stati all'interno, il nostro pensiero è oggi sufficientemente avanzato da poter comprendere le implicazioni della singolarità. E' proprio questo che ho cercato di fare in questo libro.     



    OK, una cosa alla volta. Mi sembra che una parte chiave della tua tesi sia che potremo catturare l'intelligenza dei nostri cervelli in una macchina.       



    Esatto.     



    Come faremo?     



    Prendendo una cosa alla volta, possiamo cominciare dai requisiti del software e dell'harware. Nel libro, mostro come abbiamo bisogno di circa 10^16 calcoli al secondo (cas) per ottenere un equivalente funzionale di tutte le regioni del cervello.  Si noti che alcune stime sono più basse di questa di un fattore di 100.  I supercomputer sono già a 100 trilioni (10^14) di cas e raggiungeranno i 10^16 cas verso la fine di questa decade. Parecchi supercomputer con un quadrilione di cas sono già in fase di progetto, con due gruppi giapponesi che mirano ai 10 quadrilioni per la fine di questo decennio. Entro il 2020, dieci quadrilioni di cas saranno disponibili a circa 1.000 dollari. La realizzazione dei requisiti hardware era controversa quando il mio ultimo libro su questo soggetto, The Age of Spiritual Machines, fu pubblicato nel 1999, ma è ormai il consenso fra gli osservatori bene informati. Ora la polemica si concentra sugli algoritmi.       



    E come ricreeremo gli algoritmi dell'intelligenza umana?       



    Per capire i principii dell'intelligenza umana dovremo ricorrere al reverse-engineering (ingegneria inversa) del cervello umano. In questo campo, il progresso è ben maggiore di quanto si pensi. La risoluzione spaziale e temporale delle tecniche di scanning del cervello sta progredendo ad un tasso esponenziale, raddoppiando approssimativamente ogni anno, come la maggior parte di tutto ciò che ha a che fare con l'informatica. Recentemente, gli scanner sono riusciti a rendere visibili i diversi collegamenti interneuronali, permettendone la osservazione del funzionamento in tempo reale. Già abbiamo modelli e simulazioni matematiche di un paio di dozzine di regioni del cervello, compreso il cervelletto, il quale contiene più della metà dei neuroni nel cervello. L'IBM sta lavorando ad una simulazione di circa 10.000 neuroni corticali, con decine di milioni di connessioni. La prima versione simulerà l'attività elettrica e una versione futura simulerà anche la relativa attività chimica. Una stima conservatrice suggerisce che intorno al 2025 avremo modelli efficaci per l'intero cervello.     



    Così a quel punto basterà semplicemente copiare un cervello umano in un supercomputer?     



    Io la metterei in un altro modo: a quel punto avremo una comprensione completa del funzionamento del cervello umano. Un beneficio secondario sarà che avremo ottenuto una comprensione profonda di noi stessi, ma l'implicazione chiave sarà l'espansione della gamma di tecniche che potremo applicare alla creazione di intelligenze artificiali. Potremo allora generare sistemi non-biologici comparabili per intelligenza agli esseri umani anche in quelle aree in cui gli esseri umani sono ora superiori, come nel caso delle nostre abilità di pattern-recognition. I computer superintelligenti che creeremo potranno fare cose a noi impossibili, come condividere conoscenze ed abilità a velocità elettroniche.     



    Entro il 2030, un computer da mille dollari sarà circa mille volte più potente di un cervello umano. Si tenga presente, inoltre, che i computer non saranno organizzati come oggetti separati, come sono oggi. Avremo invece una reta computazionale  profondamente integrata nell'ambiente, nel nostro corpo e nel nostro cervello.     



    Hai accennato ad una gamma di strumenti per l'intelligenza artificiale, ma mi sembra che in questo campo non si sia riusciti a soddisfare le aspettative.     



    L'interesse verso il settore dell'intelligenza artificiale è in forte rialzo, dopo la brusca caduta degli anni '80 che è stata simile a quanto successo più recentemente nel e-commerce e nelle telecomunicazioni. Tali cicli di boom and bust (espansione e contrazione) sono spesso preamboli di vere e proprie rivoluzioni; si ricordi il boom and bust del settore ferroviario nel diciannovesimo secolo. Così come il crollo delle aziende basate su Internet non ha rappresentato la fine di Internet, così il cosiddetto "inverno dell'intelligenza artificiale" non è stato la fine del settore. Esistono centinaia di applicazioni di intelligenza artificiale "stretta" (intelligenza artificiale che è uguale o superiore all'intelligenza umana in mansioni specifiche) che pervadono le infrastrutture moderne. Ogni volta che mandi un'email o usi il telefonino, degli algoritmi intelligenti gesticono le informazioni che invii. Programmi di intelligenza artificiale diagnosticano gli elettrocardiogrammi con un'esattezza paragonabile a quella dei medici, valutano radiografie, pilotano ed atterrano aeroplani, controllano  armi autonome intelligenti, prendono decisioni automatizzate di investimenti da   trilioni di dollari e guidano processi industriali. Questi erano tutti i progetti di ricerca solo vent'anni fa. Se tutto il software intelligente nel mondo dovesse smettere improvvisamente di funzionare, la civilizzazione moderna si fermerebbe.  Naturalmente, i nostri programmi di intelligenza artificiale non sono sufficientemente  intelligenti da organizzare una tal cospirazione, almeno non ancora.     



    Perchè così poca gente si rende conto dei profondi cambiamenti che ci aspettano?       



    Spero che il mio nuovo libro cambi questa situazione. Il problema principale è l'incapacità di molti osservatori di pensare in termini esponenziali. Le previsioni più a lungo termine di cosa possa essere tecnicamente fattibile in futuro sottovalutano i possibili sviluppi perché basate su quella che io chiamo l'interpretazione "lineare-intuitiva" del periodo storico piuttosto che su quella "esponenziale". I miei modelli matematici indicano che stiamo raddoppiando il tasso del cambio di paradigma ogni decade. Verso la fine del ventesimo secolo, il tasso di progresso stava già gradualmente accelerando. Tutto il progresso del ventesimo secolo, sarà ora eguagliato in circa venti anni di progresso al tasso del 2000. Avremo poi l'equivalente di altri venti anni di progresso nell'arco di soli altri quattordici anni (entro il 2014), per poi ottenere altrettanto progresso in soltanto sette anni. Mettimaola in un altro modo: nel ventunesimo secolo non avremo cento anni di progresso tecnologico, ma avremo invece l'equivalente di 20.000 anni di progresso (ripeto, misurato al tasso di progresso dell'anno 2000), o circa 1000 volte più di quanto realizzato nel ventesimo secolo.     



    Lo sviluppo esponenziale delle tecnologie informatiche è persino maggiore: ogni anno  stiamo raddoppiando la loro potenza, misurata sulla base del rapporto prezzo-prestazioni, della larghezza di banda disponibile, delle capacità e di molti altri tipi di misure. Si tratta di un fattore di mille in dieci anni, di un milione in venti anni e di un miliardo in trent'anni. Ciò va ben oltre la legge di Moore (la miniaturizzazione dei transistor su circuito integrato che ci permette di raddoppiare ogni anno il rapporto prezzo-prestazioni nell'elettronica). L'elettronica è solo un esempio fra molti. Si consideri che sono stati necessari 14 anni per sequenziare il virus responsabile per l'HIV, ma che recentemente abbiamo sequenziato quello della  SARS in solo 31 giorni.     



    Così questa accelerazione delle tecnologie dell'informazione si applica anche alla  biologia?       



    Assolutamente si. Non sono solo i dispositivi come computer, telefonini e  macchine fotografiche digitali che stanno accelerando come capacità. Tutto ciò che sarà considerato importante verrà sostanzialmente informatizzato. Con l'arrivo di mezzi di produzione nanotecnologici, a partire dal 2020, potremo utilizzare dispositivi economici e di dimensioni tali da essere utilizzabili in casa per produrre a richiesta quasi qualunque cosa vorremo partendo da economiche materie prime e usando processi informazionali che riorganizzeranno  materia ed energia a livello molecolare.     



    Soddisferemo le nostre esigenze energetiche con pannelli solari nanotecnologici in grado di convertire efficacemente l'energia di quello 0.03% della luce solare che raggiunge la Terra, e che è sufficiente a soddisfare le proiezioni delle nostre esigenze energetiche per il 2030. Immagazzineremo tale energia in cellule altamente distribuite.     



    Vorrei tornare sui temi della biologia e della nanotecnologia. Come puoi essere così sicuro di questi sviluppi? Non è sostanzialmente impossibile fare previsioni circa il progresso tecnico di specifici progetti?       



    In effetti non è possibile fare previsioni accurate per progetti specifici. Ma quello che è prevedibile sono le conseguenze generali di quel complesso, caotico, processo evolutivo che è il progresso tecnologico.     



    Intuitivamente, la gente suppone che in futuro il progresso continuerà come oggi. Anche coloro che hanno vissuto sufficientemente a lungo da aver sperimentato in prima persona come il tasso del cambiamento acceleri con il tempo, intuitivamente  pensano che il progresso proceda alla velocità più recentemente osservata. Dal punto di vista matematico, la ragione di questo fenomeno è che una curva esponenziale assomiglia ad una linea retta, se esaminata solo per un breve tratto. Di conseguenza, persino i commentatori specializzati, pensando al futuro, tipicamente utilizzano il tasso corrente di cambiamento nell'estrapolare il progresso dei dieci o cent'anni futuri. Ecco perchè descrivo questo modo di guardare al futuro come l'interpretazione "lineare-intuitiva". Ma una seria interpretazione della storia della tecnologia rivela che il progresso tecnologico è esponenziale. La crescita esponenziale è caratteristica di ogni processo evolutivo, di cui la tecnologia è un esempio primario.     



    Come dimostro nel libro, questo è quanto è successo con lo sviluppo biologico. Possiamo persino dire che lo sviluppo tecnologico è emerso dallo sviluppo biologico. Possiamo esaminare i dati disponibili in modi diversi, su scale cronologiche diverse e con un'ampia scelta di tecnologie, dall'elettronica alla biologia, così come per le loro implicazioni, variando dalla quantità totale di conoscenze raccolte dall'umanità, alle dimensioni dell'economia. Il risultato è sempre lo stesso: un tasso di progresso non lineare, ma esponenziale. Includo più di quaranta grafici nel libro, tratti da una vasta gamma di settori, che illustrano la natura esponenziale del progresso, misurato in termini di informazione. Per quanto riguarda il rapporto prezzo-prestazioni degli strumenti di calcolo, si noti che esso comincia più di un secolo fa, ben prima della  nascita di Gordon Moore.     



    Ma non ci sono molte previsioni del futuro, fatte in passato, che oggi sembrano ridicole?     



    Sì, potremmo citarne moltissime per sostenere che non possiamo fare previsioni certe.  In generale, però, tali previsioni non partivano da una metodologia basata su una solida teoria dello sviluppo tecnologico. E non lo dico solo ora, col senno di poi, dato che sono più di vent'anni che faccio previsioni, poi rivelatesi corrette, sulla base di questi modelli.     



    Ma come possiamo predire in maniera attendibile il progresso di queste tecnologie se non possiamo nemmeno predire il risultato di un singolo progetto?     



    Predire quale azienda o quale prodotto avrà successo è, in effetti, estremamente difficile, se non impossibile. La stessa difficoltà si presenta nel cercare di predire quale design o standard internazionale prevarrà [per una nuova tecnologia - NdT].  Per esempio, cosa succederà nei prossimi anni ai protocolli wireless Wimax, CDMA e 3G? Tuttavia, come illustro ampiamente nel libro, valutando l'efficacia generale delle tecnologie dell'informazione (misurata in vari modi) si notano tendenze esponenziali sorprendentemente precise e prevedibili. E come ho detto prima, l'informatica sarà, un giorno, alla base di tutto.     



    Ma come è possibile?     



    Esistono esempi, in altri settori scientifici, di risultati molto regolari e quindi prevedibili che derivano dall'interazione di numerosi ed imprevedibili eventi. Per esempio, è impossibile predire il percorso di una singola molecola in un gas, ma è possibile predire con precisione le proprietà di quel gas (che è composto da numerosissime  molecole che interagiscono caoticamente) conoscendo le leggi della termodinamica. Analogamente, non è possibile predire attendibilmente i risultati di un progetto specifico o il successo di una specifica azienda, ma le possibilità generali dell'informatica (composta da molte attività caotiche) possono essere previste con sufficiente precisione con quella che ho battezzato "la legge del ritorno accelerato."     



    Che impatto avranno tutti questi sviluppi?     



    Il prolungamento radicale della vita, per cominciare.     



    Interessante, ma come?     



    Nel libro, parlo di tre grandi rivoluzioni che si intrecciano, il cui acronimo è "GNR", cioè Genetica, Nanotecnologie e Robotica. Ognuna di queste risulterà, fra le altre cose, in un sostanziale  aumento alla longevità umana. Oggi, siamo nelle fasi iniziali della rivoluzione genetica o biotecnologica. La biotecnologia sta producendo gli strumenti necessari per modificare i nostri geni: non solo "designer babies", ma anche "designer baby-boomers". Potremo inoltre ringiovanire organi e tessuti trasformando le nostre cellule della pelle nella loro versione giovanile. Stiamo già lavorando su nuovi medicinali mirati con precisione a specifici eventi chiave del processo che porta dell'aterosclerosi (causa dei disturbi cardiaci), alla formazione di tumori e ai processi metabolici responsabili delle principali malattie e del processo dell'invecchiamento. La rivoluzione biotecnologia è agli inizi e raggiungerà il picco nella seconda decade di questo secolo. A quel punto potremo sconfiggere la maggior parte delle malattie e rallentare sostanzialmente il processo dell'invecchiamento.     



    Ciò ci porterà alla rivoluzione nanotecnologica, la quale maturerà nel decennio fra il   2020 e il 2030. Con le nanotecnologie potremo superare i limiti biologici e sostituire la versione odierna del "corpo umano 1.0" con la versione 2.0, la quale sarà spettacolarmente migliore e offrirà, fra le altre cose, l'estensione radicale della vita.     



    Come sarà possibile questa estensione della vita?       



    La "killer app" delle nanotecnologie sono i "nanobot" o nanorobot. Si tratta di robot  delle dimensioni di una cellula che possono muoversi liberamente nell'apparato circolatorio distruggento gli agenti patogeni, rimuovendo i prodotti di scarto, correggendo le mutazioni del DNA e riversando il processo dell'invecchiamento.     



    La versione 2.0 del corpo umano?!     



    Possiamo già osservare i primi tentativi di incrementare e sostituire i nostri organi Questo riguarda persino parti del cervello, il cui posto è preso da impianti neurali. Le versioni più recenti di questi impianti permettono ai pazienti di scaricare software dall'esterno. Nel libro, descrivo come ciascuno dei nostri organi potrà essere sostituito, un giorno. Per esempio, i nanobot potrebbero immettere direttamente nel flusso sanguigno tutte le sostanze nutrienti, gli ormoni e le altre sostanze di cui abbiamo bisogno, allo stesso tempo rimuovendo le tossine e i prodotti di scarto. Il tratto gastrointestinale potrebbe essere riservato per i piaceri della cucina, invece che per la noiosa funzione biologica di estrarre nutrienti dal cibo. Dopo tutto, abbiamo già in parte separato gli aspetti piacevoli e di intimità del sesso dalla sua funzione biologica.     



    E la terza rivoluzione?     



    La rivoluzione robotica, che in realtà dovremmo chiamare la rivoluzione dell'Intelligenza Artificiale "forte" di cui abbiamo parlato più sopra, porterà a intelligenze artificiali dalle capacità paragonabili a quelle del cervello umano.  Avremo sia l'hardware che il software necessario a ricreare l'intelligenza umana entro il 2030. A quel punto potremo migliorare questi metodi sfruttando la velocità, la memoria e l'abilità di condividere informazioni tipiche delle macchine. Infine potremo esplorare tutti i particolari salienti dei nostri cervelli dall'interno, con   miliardi di nanobot nei vasi capillari e potremo anche creare dei back-up delle informazioni raccolte. Usando poi tecniche di produzione basate sulle nanotecnologie,  potremo ricreare il nostro cervello o, meglio ancora,  installarlo su di un più efficiente substrato computazionale.     



    Il che significa…?     



    I nostri cervelli biologici usano segnali chimici che permettono di trasmettere  informazioni ad una velocità di solo alcune decine di metri al secondo. L'elettronica è già milioni di volte più veloce. Nel libro illustro come dei circuiti fatti di nanotubi sarebbero circa cento milioni di volte più potenti di un  cervello umano, in un volume di circa 2,5 centimetri cubi. Avremo quindi sistemi molto più potenti delle nostre  estremamente lente sinapsi, su cui installare la nostra intelligenza.     



    Così sostituiremo i nostri cervelli biologici con dei circuiti?     



    Penso che cominceremo con l'utilizzo di nanobot nel corpo e nel cervello. I nanobot ci manterranno in buona salute; offriranno realtà virtuale non distinguibile dalla realtà in quanto direttamente collegata al sistema nervoso; permetteranno la comunicazione diretta da cervello a cervello via Internet e, in genere, causeranno un'incremento sostanziale  dell'intelligenza umana. Ma si tenga presente che l'intelligenza non-biologica sta raddoppiando ogni anno le sue capacità, mentre la nostra intelligenza biologica, essenzialmente, non cambia. Negli anni '30 (2030), la parte non-biologica della nostra intelligenza predominerà.     



    Se ho capito bene, però, la tecnologia di prolungamento della vita più a portata di mano è la biotecnologia, giusto?     



    Sostanzialmente, hai ragione, anche se esiste certamente un sovrapporsi delle tre rivoluzioni di cui ho parlato (genetica, nanotecnologia e robotica).       



    Potresti spiegarmi meglio come funzionano le biotecnologie e la genetica?     



    Stiamo scoprendo il funzionamento dell'aspetto "informatico" dei sistemi biologici e stiamo creando gli strumenti necessari ad acquistarne la padronanza allo scopo di sconfiggere malattie ed invecchiamento e di incrementare il potenziale umano. Il metodo migliore penso sia di partire dalla base portante di tutte delle informazioni biologiche: il genoma. Grazie alle tecnologie genetiche, stiamo per irrompere nella stanza dei bottoni dei geni. Ora abbiamo anche un nuovo ed efficace strumento  denominato interferenza del RNA (RNAi), che è capace di "spegnere" geni specifici bloccando l'azione del RNA messaggero da essi prodotto, così impedendo la generazione di proteine. Dato che malattie virali, tumori e molti altri disturbi utilizzano l'espressione genetica in momenti cruciali del loro ciclo di vita, l'interferenza RNA promette di rivelarsi un'innovazione rivoluzionaria. Un gene che vorremmo "spegnere" è il "fat insulin receptor gene" che dice alle cellule grasse di immagazzinare ogni caloria. Quando quel gene è stato bloccato nel topo di laboratorio, i topi sono rimasti magri e sani pur mangiando quanto volessero e sono persino vissuti più a lungo (del 20%).     



    Stanno anche iniziando ad apparire nuovi metodi per aggiungere geni al genoma. Hanno ormai superato i problemi iniziali dovuti alle difficoltà di inserire le nuove informazioni genetiche esattamente dove desiderato. Un'azienda con la quale ho collaborato, la United Therapeutics, ha curato l'ipertensione polmonare, in animali da laboratorio, usando una nuova forma di terapia genetica che è stata poi approvata per test su esseri umani.     



    Quindi potremo riprogrammare il nostro DNA.     



    Esatto, ma è soltanto una delle cose che faremo. Un'altra importante strategia è di far ricrescere le nostre cellule, i nostri tessuti e perfino i nostri organi in modo di introdurli nei nostri corpi senza chirurgia. Un beneficio importante di questa tecnica di "clonazione terapeutica" è che potremo generare  nuovi organi e tessuti da versioni delle nostre cellule che sono state ringiovanite - sarà insomma un  intervento di ringiovanimento. Per esempio, potremo generare nuove cellule cardiache dalle cellule della pelle ed introdurle attraverso la circolazione sanguigna. Col tempo, le cellule cardiache saranno sostituite con queste nuove cellule ed il risultato sarà un cuore "giovane" con il nostro DNA     



    La scoperta di nuovi medicinali era una volta basata sullo scoprire quali sostanze   producessero un certo effetto benefico senza eccessivi effetti collaterali. Questo processo era simile a quello usato dagli uomini delle caverne per scoprire attrezzi. In pratica potevano solo trovare roccie o rami che potessero essere utilizzati ad un certo scopo. Oggi, invece, stiamo scoprendo i precisi meccanismi biochimici alla base sia del processo di invecchiamento che delle malattie e possiamo progettare medicinali in grado di effettuare precise "missioni" a livello molecolare. La portata e le prospettive di queste innovazioni sono enormi.     



    Ma il perfezionamento della nostra biologia non sarà sufficiente. Una volta conquistata una profonda comprensione della biologia, essa non potrà più competere con ciò che saremo in grado di ingegnerizzare.       



    Intendi dire che i "design" della natura non sono ottimali?     



    Esatto. Le nostre connessioni neuronali processano circa 200 transazioni al secondo, in altre parole sono almeno un milione di volte più lente dell'elettronica. Un altro esempio: un teorico della nanotecnologia, Rob Freitas, ha un progetto concettuale per la costruzione di alternative nanorobotiche ai globuli rossi. Una stima conservatrice indica che sostituendo il 10 per cento dei nostri globuli rossi con i "respirociti" di Freitas potremmo rimanere sott'acqua per quattro ore senza respirare.     



    Ma se la morte diverrà solo un'opzione, non saremo condannati alla sovrappopolazione?     



    Un tipico errore commesso quando si prende in considerazione il futuro, è quello di  prevedere un cambiamento importante, quale l'estensione radicale delle aspettative di vita, pensando che tutto il resto rimanga invariato. Le rivoluzioni GNR provocheranno anche altre profonde trasformazioni che avranno un impatto sulla questione della sovrappopolazione. Per esempio, le nanotecnologie ci permetteranno di creare  virtualmente qualunque prodotto di cui avremo bisogno utilizzando informazioni e materie prime estremamente economiche. Ciò porterà ad un rivoluzionario livello di ricchezza diffusa. Avremo i mezzi per soddisfare le esigenze materiali di qualunque popolazione di esseri umani biologici immaginabile. Le nanotecnologie ci permetteranno, inoltre, di correggere i danni ambientali causati dalle fasi precedenti dell'industrializzazione.     



    Quindi… sconfiggermo le malattie, l'inquinamento e la povertà - mi sembra un'utopia.     



    E' vero che gli enormi sviluppi tecnologici dei prossimi vent'anni metteranno a disposizione della civilizzazione umana i mezzi necessari a superare problemi con cui ci siamo confrontati per secoli. Ma questi sviluppi non sono privi di pericoli. La tecnologia è una lama a doppio taglio - basta guardare al ventesimo secolo per vedere le promesse e pericoli della tecnologia.     



    Quali sono i pericoli?     



    Genetica, Nanotecnologie e Robotica hanno tutte degli aspetti potenzialmente negativi. Il rischio "esistenziale" [un rischio che metterebbe in discussione l'esistenza stessa della nostra civilizzazione - ndr] delle tecnologie genetiche è già con noi: la stessa tecnologia che presto farà importanti passi in avanti contro il cancro, le malattie cardiocircolatorie e altre malattie, potrebbe anche essere impiegata da un bioterrorista per creare un virus ingegnerizzato che unisca facilità di trasmissione, letalità e capacità di passare inosservato, cioè un lungo periodo di incubazione. Gli strumenti e le conoscenze necessarie sono molto più diffusi degli strumenti e delle conoscenze necessarie a costruire una bomba atomica e l'effetto potrebbe essere ben più devastante.     



    Allora, forse, dovremmo fermarci finchè possiamo.     



    E' troppo tardi per fermarsi. Ma l'idea di abbandonare le nuove tecnologie, quali la biotecnologia e le nanotecnologie, è già sostenuta da alcuni. Nel libro affermo che questa sarebbe la strategia sbagliata. Oltre a privare la società dei profondi benefici di queste tecnologie, tale strategia aggraverebbe i pericoli, in quanto spingerebbe i ricercatori ad agire nell'illegalità, una situazione in cui gli scienziati responsabili non avrebbero facile accesso agli strumenti necessari per difenderci.     



    Come possiamo proteggerci, quindi?     



    Discuto le strategie per proteggerci dagli abusi o dagli incidenti legati a queste potenti tecnologie nel capitolo 8. Il messaggio è che dobbiamo dare priorità alla preparazione di strategie e di sistemi protettivi. Dobbiamo spostare l'enfasi dalla parte della protezione. Ho testimoniato al Congresso circa la proposta di un progetto per la creazione di un sistema di rapida risposta per la protezione civile di fronte a nuovi, virulenti, agenti infettivi. Si tratta di un progetto in stile progetto Manhattan. Una strategia sarebbe di usare RNAi, che è stato indicato come efficace contro le malattie virali. L'idea sarebbe di allestire un sistema in grado di analizzare rapidamente un nuovo virus, formulare un intervento di interferenza del RNA e altrettanto rapidamente cominciarne la produzione. Abbiamo le conoscenze necessarie per creare un sistema simile, ma non lo abbiamo fatto. Dobbiamo avere qualcosa del genere in funzione prima che sia troppo tardi.     



    Più avanti, tuttavia, le nanotecnologie forniranno una difesa completamente efficace contro i virus biologici.     



    Ma non esiste il pericolo dell'auto-replicazione, con le nanotecnologie?     



    Sì, ma si tratta di un pericolo potenziale che non si manifesterà per un paio di decenni.  La minaccia alla nostra esistenza da parte di virus biologici ingegnerizzati, invece, è attuale.     



    OK, ma come ci difenderemo da una nanotecnologia auto-replicante?     



    Ci sono già proposte di standard etici per le nanotecnologie basati sulla conferenza di Asilomar e che finora hanno dato buoni risultati nel settore biotecnologico. Questi standard saranno efficaci contro i pericoli involontari. Per esempio, non avremo bisogno di avere la capacità dell'auto-replicazione per avere sistemi produttivi  nanotecnologici.     



    E per quanto riguarda gli abusi intenzionali, come nel caso del terrorismo?     



    Dovremo creare un sistema immunitario nanotecnologico - nanobot "buoni" che ci proteggano dal quelli "cattivi".     



    "Poltiglia blu" per difenderci dalla "poltiglia grigia"!     



    ["grey goo" o poltiglia grigia: scenario apocalittico in cui nanomacchinari autoreplicanti sfuggiti di controllo e in grado di nutrirsi di qualunque sostanza, si moltiplicano all'infinito trasformando l'intera biosfera in una massa indistinta di altri nanomacchinari autoreplicanti, in altre parole, in una enorme poltiglia grigia. "Blue goo": in inglese, il blu ricorda il colore delle uniformi della polizia, qundi si potrebbe tradurre l'espressione di Kurzweil come "polizia anti-goo" - ndr]     



    Sì, è un'ottima descrizione. E i nanobot del sistema immunitario nanotecnologico dovranno essere loro stessi auto-replicanti. Ho dibattuto questo fatto con un certo numero di altri teorici e nel libro spiego perchè ritengo che ciò sarà necessario. E', in pratica, lo stesso approccio adottato dall'evoluzione biologica.     



    Alla fine, tuttavia, sarà l'intelligenza artificiale "forte" che fornirà una difesa completamente efficace contro lo scenario della "grey goo".     



    D'accordo, ma chi ci proteggerà, allora, da una intelligenza artificiale impazzita?     



    Beh, non potrebbe essere altro che una IA ancora più intelligente.     



    Tutto questo comincia a ricordarmi quella storia circa l'universo che sarebbe sulla schiena di una tartaruga, la quale sarebbe sulla schiena di un'altra tartaruga e così via all'infinito. E cosa faremo se questa IA più intelligente fosse ostile? Un'altra IA ancora più intelligente?     



    La storia ci insegna che le civilizzazioni più intelligenti - quelle cioè che hanno una tecnologia più avanzata - prevalgono. Ma ho elaborato una strategia generale per confrontare una IA ostile, e ne discuto nel capitolo 8.     



    OK, quindi dovrò leggermi il libro per capire cosa intendi! Ma non ci sono limiti allo sviluppo esponenziale? Hai presente la storia dei conigli in Australia - non hanno continuato a crescere esponenzialmente per sempre…     



    Ci sono limiti allo sviluppo esponenziale inerente ad ogni paradigma. Tieni presente, però, che la legge di Moore, per esempio, non era il primo paradigma ad aver causato lo sviluppo esponenziale nel settore informatico, ma il quinto. Negli anni 50, per mantenere lo sviluppo esponenziale, stavano miniaturizzando le valvole elettroniche, finchè quel paradigma non ha potuto andare oltre. Ma lo sviluppo esponenziale dell'informatica non si è arrestato, ha continuato a procedere con un nuovo paradigma, quello del transistor. Ogni volta che intravediamo l'inizio della fine di un  paradigma, il suo avvicinarsi genera la motivazione necessaria alla ricerca e sviluppo che risultano nella nascita del paradigma successivo. E' quello che sta accadendo alla legge di Moore, anche se ci vorrano ancora circa quindici anni prima di raggiungere il limite massimo della nostra capacità di miniaturizzazione. Stiamo realizzando spettacolari  progressi in direzione del sesto paradigma, quello della computazione molecolare tridimensionale.     



    Ma non c'è un limite assoluto alla nostra capacità di espandere la potenza di calcolo?     



    Sì, discuto questi limiti nel libro. Il più potente computer immaginabile, nella categoria di peso di circa un chilogrammo, potrebbe offrire 10^42 cps. Esso sarebbe,  quindi, circa 10^16 volte più potente di tutti i cervelli umani oggi in esistenza messi insieme. E ciò solo se limitiamo il calcolatore ad operare a temperatura ambiente. Permettendogli di surriscaldarsi, potremo aumentarne la potenza di un fattore di altri 100 milioni. E, naturalmente, dedicheremo ben più di un kilogrammo di materia alla computazione: dedicheremo a quello scopo una significativa parte della materia e dell'energia nelle nostre vicinanze. Quindi, certo, ci sono dei limiti, ma non ci limiteranno molto…     



    E quando avremo saturato la capacità della materia e dell'energia del sistema solare di sostenere processi intelligenti, cosa accadrà allora?     



    Ci espanderemo nel resto dell'universo.     



    Presumo che per questo ci vorrà molto tempo.     



    Beh, dipende. Se potremo usare i wormhole o, alternativamente, se riusciremo ad aggirerare il problema della velocità della luce, allora potremo raggiungere rapidamente altre zone dell'universo. Se i wormhole si dimostreranno fattibili, e le analisi mostrano che non contraddicono la teoria della relatività, potremmo saturare l'universo con la nostra intelligenza nel giro di un paio dei secoli. Mi occupo di queste prospettive nel capitolo 6. Ma al di là delle speculazioni circa i wormhole, raggiungeremo i limiti computazionali del nostro sistema solare entro questo secolo. A quel punto, avremo incrementato la nostra intelligenza trilioni e trilioni di volte.     



    Tornando all'estensione della vita, non è naturale invecchiare e morire?     



    La malaria, il virus Ebola, l'appendicite e gli tsunami sono anche loro naturali. Sono molte le cose naturali che varrebbe la pena cambiare. L'invecchiamento può essere "naturale," ma non vedo nulla di positivo nel perdere la mia agilità mentale, l'acutezza dei sensi, l'agilità fisica, il desiderio sessuale, o qualunque altra caratteristica.     



    Secondo me, la morte è una tragedia. È una perdita tremenda di personalità, abilità, conoscenza, relazioni. Abbiamo razionalizzato la morte come un qualcosa di accettabile perché non avevamo scelta. Ma le malattie, l'invecchiamento e la morte sono problemi che siamo ora in grado di superare.     



    Aspetta un momento. Non hai detto che l'era dorata della biotecnologia non arriverà per un altra decina d'anni? Oggi il prolungamento radicale della vita non esiste, no?     



    Nel mio libro precedente, "Fantastic Voyage, Live Long Enough to Live Forever", che ho scritto insieme a Terry Grossman, descrivo in dettaglio un programma presonalizzabile che può essere implementato oggi (quello che  chiamiamo il "ponte" numero uno). Esso permetterebbe alla maggior parte della popolazione di vivere abbastanza a lungo da arrivare alla fase matura dello sviluppo delle biotecnologie (il "ponte" numero due). Le biotecnologie, a loro volta ci porteranno al "ponte" numero tre, le nanotecnologie e l'intelligenza artificiale forte, che risulteranno nella possibilità di vivere indefinitamente.     



    D'accordo, ma non sarà noioso vivere centinaia e centinaia d'anni?     



    Se gli esseri umani vivessero centinaia d'anni in assenza di altri cambiamenti, allora sì che il risultato sarebbe un malessere profondo. Ma gli stessi nanobot nel nostro sistema circolatorio che ci manterranno in buona salute distruggendo gli agenti patogeni e fermando il processo dell'invecchiamento, aumenteranno notevolmente la nostra intelligenza e la nostra gamma di esperienze. Come è naturale, la parte non-biologica della nostra intelligenza espanderà le proprie capacità esponenzialmente e, alla fine, predominerà.  Il risultato sarà una situazione di cambiamenti accelerati - non penso proprio che ci annoieremo.     



    La singolarità non potrebbe risultare in un "digitale divide" estremo, dovuto ad inequo accesso all'estensione radicale della vita e ai computer superintelligenti?     



    Dobbiamo considerare una caratteristica importante della legge del Ritorno Accelerato: essa implica un tasso annuale di deflazione del 50% per le tecnologie informatiche, un tasso, a sua volta, destinto ad accelerare. Le nuove tecnologie sono sempre e solo a disposizione dei ricchi, agli inizi, ma in quella fase iniziale, in realtà, non funzionano ancora molto bene. Nella fase seguente, sono ancora costose e funzionano un po' meglio. Poi cominciano a funzionare abbastanza bene e sono economiche. Alla fine, sono quasi gratuite. I telefoni cellulari si trovano ormai nella fase in cui sono economici. Ci sono paesi asiatici in cui la maggior parte della popolazione lavorava ancora la terra solo quindici anni fa, ma oggi hanno prospere economie terziarie e la maggior parte della gente ha un telefono cellulare. Oggi, questa progressione da tecnologie costose che non funzionano ancora bene a  tecnologie raffinate e poco costose, dura circa dieci anni. Ma anche questo processo è destinato ad accelerare. Fra dieci anni, l'intero processo richiederà cinque anni e fra vent'anni ne richiederà soltanto due o tre.     



    Questo scenario è applicabile non solo ai dispositivi elettronici, ma a qualunque prodotto abbia a che fare con l'informatica e ciò arriverà ad includere tutto ciò a cui diamo un valore, compresi tutti i prodotti industriali. In biologia, siamo passati da un costo di dieci dollari per la "lettura" di un singola coppia di basi di DNA nel 1990, a circa ad un centesimo di dollaro al giorno d'oggi. I medicinali antivirali usati contro l'AIDS costavano decine di migliaia di dollari per paziente all'anno, agli inizi, e non erano particolarmente efficaci, mentre oggi costano circa cento dollari per paziente all'anno, nei paesi poveri, e sono efficaci. Cento dollari è ancora più di quanto vorremmo, ma la tecnologia sta chiaramente andando nella direzione giusta.Così, il "digital divide" e il divario fra paesi ricchi e paesi poveri si stanno riducendo. Alla fine, chiunque avrà a propria disposizione enormi ricchezze.     



    I problemi come le guerre, l'intolleranza, la degradazione ambientale… non ci impediranno di raggiungere la singolarità?     



    Abbiamo avuto non poche guerre nel ventesimo secolo. Cinquanta milioni di persone sono morte solo nella seconda guerra mondiale. Inoltre abbiamo avuto molta intolleranza, relativamente poca democrazia fin verso la fine del secolo, e  molta degradazione ambientale. Tutti questi problemi non hanno avuto effetto sulla legge del Ritorno Accelerato. Lo sviluppo esponenziale delle tecnologie dell'informazione ha continuato uniformemente sia in periodi di guerra che di pace, durante le depressioni economiche e durante i periodi di prosperità.     



    Le tecnologie che emergeranno nel ventunesimo secolo tendono ad essere decentralizzate e ad avere un impatto ambientale relativo. Quando le nanotecnologie matureranno, inoltre, potremo riparare i danni causati all'ambiente dalle grezze tecnologie impiegati agli inizi del processo di industrializzazione.     



    Ma non ci saranno obiezioni da parte dei leader politici e religiosi, per non parlare di quelle della gente comune, a tali radicali trasformazioni dell'umanità?     



    Anche l'introduzione dell'aratro ha sicuramente attirato delle obiezioni, ma esse non ne hanno ostacolato l'adozione. Lo stesso dicasi per ogni nuovo sviluppo tecnologico.  Le tecnologie devono dimostrare il proprio valore. Per ogni tecnologia che è adottata, molte sono scartate. Ogni tecnologia deve dimostrare di soddisfare le esigenze dei propri utilizzatori. Il telefonino, per esempio, soddisfa la nostra necessità di comunicare. Non raggiungeremo la singolarità in un singolo, enorme, balzo in avanti, ma tramite molti piccoli passi, ognuno apparentemente benigno e di modesta  portata.     



    Ma cosa mi dici delle polemiche sulle cellule staminali, per esempio? L'opposizione  governativa sta certamente rallentando il progresso in quel campo.     



    Io sostengo la ricerca nel settore delle cellule staminali, ma non mi sembra che il settore abbia subìto un significativo rallentamento. Semmai, le polemiche hanno incoraggiato la ricerca di metodi creativi per il raggiungimento di quello che è l'ideale in questo campo, la transdifferenziazione, cioè la creazione di nuove cellule differenziate direttamente dalle nostre stesse cellule - per esempio, convertendo le cellule della pelle in cellule cardiache o in cellule del pancreas. La transdifferenziazione è già stata dimostrata in laboratorio. Le obiezioni come quelle espresse contro la ricerca sulle cellule staminali altro non sono che massi in un ruscello: il flusso del progresso gli gira semplicemente intorno.     



    C'è posto per Dio nella singolarità?     



    Anche se diverse tradizioni religiose hanno concezioni in qualche modo diverse del concetto di Dio, il comun denominatore è che Dio rappresenta un infinito livello di intelligenza, di conoscenza, di creatività, di bellezza e di amore. Nell'evoluzione biologica e tecnologica di un sistema, notiamo una crescita di complessità, intelligenza e informazione. Un sistema diviene quindi più complicato, più bello, più capace di provare emozioni quale l'amore. Così tale sistema si sviluppa esponenzialmente in intelligenza, conoscenza, creatività, bellezza e amore, tutte le  qualità tipiche di Dio. Anche se l'evoluzione non raggiunge un livello letteralmente infinito di questi attributi, essa però accelera verso livelli sempre più alti. Possiamo quindi interpretare l'evoluzione come un processo spirituale, teso verso questo ideale.  La singolarità rappresenterà un'esplosione di questi alti valori di complessità.     



    Così potremmo dire che stai giocando ad essere Dio?     



    In realtà, sto solo giocando ad essere umano. Sto solo cercando di fare quello che gli  esseri umani sanno fare, cioè risolvere problemi.     



    Ma saremo ancora umani dopo tutti questi cambiamenti?     



    Quello dipende dalla tua definizione di "essere umano". Alcuni osservatori definiscono l'essere umano sulla base delle nostre limitazioni. Io preferisco definirlo come la specie che cerca, spesso con successo, di superare i propri limiti.     



    Molti osservatori fanno notare che la scienza ci ha messo in crisi dimostrando che non siamo tanto importanti quanto credevamo, che le stelle non girano intorno alla terra, che non discendiamo da esseri divini, ma solo da scimmie e, prima ancora, da semplici invertebrati.     



    Tutto ciò è vero, ma a quanto pare siamo importanti nonostante tutto. La nostra capacità di generare modelli, realtà virtuali nella nostra mente, e i nostri pollici prensili, ci stanno permettendo di espandere i nostri orizzonti al di là di ogni limite.    
postato da: neoattivista alle ore 17:26 | link | commenti (1)
categorie: cultura, attivismo, biologia
martedì, 09 dicembre 2008

LA COMUNITA' DEGLI ELFI

A partire dagli anni Ottanta, l’Appennino pistoiese ospita una delle esperienze più originali del movimento comunitario italiano, si tratta del Popolo degli Elfi. Ad oggi vi sono oltre quindici nuclei, alcuni distanti anche un’ora di cammino a piedi. La maggior parte delle abitazioni è priva di elettricità e si pratica l’autosufficienza.
Gli elfi sono un popolo che appartiene alla mitologia Nordeuropea, la cui dimora erano i boschi. Un popolo amico del regno animale e vegetale.
L’insediamento in Italia
La comunità è situata nei pressi di Sambuca Pistoiese, ed è nata dall’occupazione di terre e ruderi abbandonati da decenni: si tratta di un vasto agglomerato composto da quattro piccoli villaggi e da altre quattordici coloniche raggiungibili solo a piedi. Le case non sono allacciate alla rete elettrica, il riscaldamento e la cucina vanno a legna e in tutto il villaggio non esiste un televisore.
Vivere in comunità
La vita comunitaria e la vita individuale, con spazi soggettivi, convivono armoniosamente.
Non vi sono obblighi partecipativi: ognuno è libero di coinvolgersi nelle attività sociali secondo la propria disponibilità e attitudini. Nella Comunità degli Elfi tutti sono necessari ma nessuno è indispensabile. Ognuno quindi contribuisce alla propria maniera e in osmosi con il gruppo alla vita del villaggio perché i valori importanti sono la conoscenza e la reciproca fiducia.
Il cibo e il lavoro
Vivono raccogliendo frutti ed erbe spontanee, coltivando ortaggi, cereali, castagne, olive e allevando alcuni capi di bestiame, il tutto esclusivamente per la loro sussistenza. I prodotti della terra e i raccolti vengono infatti ripartiti fra tutti i villaggi in base alle necessità. Il lavoro è manuale e di gruppo, oltre alle coltivazioni si lavora all’autoristrutturazione di diverse case in pietra abbandonate da oltre venti anni e per la maggior parte semidiroccate.
Economia
C’è una cassa comune per soddisfare i bisogni complessivi di tutti i villaggi e per acquistare alimenti e beni che non producono; una cassa collettiva per le spese spicciole di ogni villaggio ed una cassa individuale per soddisfare le esigenze dei singoli. Ognuno dà in base alla propria possibilità e coscienza e questo sistema funziona perché il principio ispiratore è la condivisione.
Istruzione
L’istruzione avviene attraverso una scuola autogestita che si avvale anche della collaborazione di due insegnanti ausiliarie esterne alla comunità. La scuola è supportata, anche se in maniera diversa, da tutti i villaggi. È stato avviato anche un progetto di bioedilizia per la ricostruzione di una struttura destinata ad ospitare la futura scuola (la destinazione ufficiale è un centro culturale polivalente) che verrà riconosciuta come scuola sussidiaria dal Comune e dalla Direzione Didattica di competenza. È partita quindi una collaborazione con i predetti organismi per una scuola a metà: metà tempo in autogestione e metà nella scuola pubblica. Una scelta effettuata per mantenere aperta la scuola del paese e per favorire lo scambio e la socializzazione dei bambini che abitano nella comunità con i coetanei esterni al villaggio.
La festa dei raccolti
Le feste nella comunità sono periodiche e vengono effettuate in occasione delle semine e dei raccolti principali (cereali, patate, castagne, olive), alle quali partecipa un gran numero di persone grazie alla notevole capacità ricettiva dei diversi villaggi. 100 – 120 posti in tutto. Per andarli a trovare non è necessaria la prenotazione: basta buona volontà e spirito di adattamento!
SCHEDA
Anno di fondazione: 1980
Residenti: 150
Economia: privata. Disponibilità ad ospitare e a inserire nuovi residenti.
Aderente alla Rive

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venerdì, 24 ottobre 2008

Notostraca

I Notostraca sono un ordine di piccoli crostacei appartenenti alla classe Branchiopoda. L'ordine comprende una sola famiglia (Triopsidae) suddivisa in due generi.

Gli appartenenti al genere Triops hanno due occhi composti ed un solo occhio naupliare posto fra gli altri due. La morfologia esterna apparentemente non ha subito modifiche da quella del Triops cancriformis nel Triassico 220 milioni di anni fa. Il Triops cancriformis potrebbe essere la più antica specie animale ancora vivente [1] I membri dell'ordine ormai estinto dei Kazacharthra sono molti simili essendo discendenti di questo ordine.

 

 

Anche se i notostraci somigliano agli anostraci, la struttura è profondamente diversa. La testa e la parte anteriore del torace di questi crostacei sono coperti da uno scudo piatto ed ovale. Sul bordo anteriore della corazza, su una piccola sporgenza, sono posti due occhi composti scuri e senza palpebre. Tra di essi è posto un singolo occhio naupliare. Dietro i tre occhi si trova uno strano organo composto di quattro cellette la cui funzione non è chiara, potrebbe essere un organo che secerne internamente qualche sostanza. Il bordo posteriore della corazza ha un incavo semicircolare che lascia scoperta la parte posteriore del torace. L'addome termina con un telson sul quale sono posti due lunghi uropodi segmentati chiamati furcae.

Osservando un notostraco dalla faccia ventrale, si può facilmente notare la struttura dei suoi segmenti e degli arti. Nella parte anteriore il carapace piega verso la parte ventrale dove si unisce ad un grosso labbro (labbro superiore) di forma pressoché quadrata. Il primo e secondo paio di antenne sono molto piccoli mentre le mandibole sono piuttosto grandi con molte proiezioni dentali. La bocca è collocata tra le mandibole dietro il labbro. Dietro le mandibole ci sono due mascelle. Come negli anostraci, su ognuno dei restanti 10 segmenti toracici sono poste due zampe. Le zampe hanno, sul lato interno, sei lobi che spingono il cibo verso la bocca; sul lato esterno c'è un grande lobo natatorio ed uno per la respirazione trasformato in una branchia (gli anostraci hanno due lobi per la respirazione per ogni zampa). Studi dettagliati sui muscoli hanno portato alla conclusione che le zampe dei notostraci e degli anostraci non hanno relazione filogenetica, apparentemente si sono evoluti in modo indipendentemente pur avendo la stessa funzione.

Il primo e, meno ovviamente, il secondo paio di zampe di un notostraco differisce dalle altre paia di zampe perché i quattro lobi interni si sono modificati in una struttura allungata e segmentata a forma di flagello che sporge dai lati del carapace. Questi sono degli organi sensoriali che somigliano alle antenne degli altri crostacei. Questa modifica dei lobi interi delle zampe anteriori è sicuramente associata alla riduzione delle antenne.

Nelle femmine l'undicesimo paio di arti è dotato di una struttura abbastanza particolare: il grande lobo esterno, che negli alti arti è utilizzato per il nuoto, si è modificato in una capsula in grado di accogliere le uova. Nei maschi l'undicesimo paio di zampe è uguale agli altri.

Un'altra caratteristica sorprendente dei notostraci è che ogni segmento toracico dal tredicesimo in poi, porta da quattro a sei paia di zampe quindi queste specie possono avere fino a settanta zampe, più degli altri crostacei. Le zampe diventano più piccole mano a mano che si va verso i segmenti posteriori, gli ultimi segmenti sono privi di zampe.

Una evidente differenza fra i notostraci e gli anostraci è che nei primi le zampe anteriori sono dotate alla base di alcuni aculei che puntano verso l'interno. I notostraci usano questi aculei per raccogliere grossi pezzi di cibo e passarli da una zampa all'altra fino alla bocca. Gli anostraci filtrano il cibo sospeso nell'acqua mentre i notostraci non sono in grado di farlo. I loro arti posteriori servono soprattutto alla respirazione, difatti si può notare che anche quando sono fermi continuano a muovere gli arti posteriori mentre quelli anteriori sono fermi. Durante il nuoto le zampe si piegano e si raddrizzano con un movimento ad onda. Lo zoologo svedese Lundblad fece un esperimento versando alcune gocce di carminio nell'acqua vicino alle zampe posteriori e notò che l'acqua si muoveva lentamente in avanti verso la fessura formata dalle zampe posteriori, appena raggiunto il decimo paio di zampe il flusso si intensificò mostrando l'importanza degli arti anteriori nel portare il cibo alla bocca.

La visione è importante durante il nuoto dei notostraci: illuminando il fondo di un acquario posto in un ambiente buio questi crostacei cominciano a nuotare capovolti quindi gli occhi posti sul dorso sono sensibili alla luce. L'esperimento porta allo stesso risultato anche coprendo gli occhi ed il crostaceo è posato col ventre sul fondo. Apparentemente i notostraci reagiscono alla luce perché l'occhio naupliare attraversa il corpo fino al lato ventrale di fronte al labbro superiore dove è posta una zona non pigmentata. In conclusione i notostraci sono sensibili alla luce simultaneamente proveniente da sopra e sotto.

Il senso della vista non è utilizzato per la ricerca del cibo ma si avvalgono di speciali recettori chimici concentrati sulle strutture a forma di antenna poste sul primo paio di zampe. Un notostraco può scovare facilmente un lombrico in un acquario e mangiarlo. Gli studi mostrano che se viene aggiunto del chinino al verme, il crostaceo lo percepisce con le antenne e si rifiuta di mangiarlo.

postato da: neoattivista alle ore 13:38 | link | commenti
categorie: biologia
domenica, 28 settembre 2008

Colombotto Rosso su lastampa.it

CAMINO (ALESSANDRIA)
Un casolare della campagna alessandrina, come tanti. Ma varcato il passo carraio, fra busti di generali e re sabaudi in pietra e grandi damigiane in vetro color pece, ecco spalancarsi il «Vittoriale», o forse meglio il gozzaniano «Meleto» di Enrico Colombotto Rosso, di un kitsch autoironico e teatrale. Stanze e stanze con luci liberty fioche che sfiorano pareti tappezzate di foto e quadri: c'è l'Olimpia di Gianni Penati e il pesce di gomma che si muove cantando canzoni americane, ritratti di famiglia, con quell'incrocio di liguri, toscani e valdostani, bagni dalle volte affrescate, i sanitari celati da tende bianchissime e colonne dorate, provenienti da una rinomata casa di piacere di inizio ‘900 di Parigi.

E ci sono tubetti di colore, boccetti di chine, pennini dalle silhouette più dimenticate e pennelli, spatole. Sono i ferri del mestiere di questo pittore, nato a Torino nel 1925, un ultraottantenne molto atletico nel fisico e nella mente, che l'anno scorso ha terminato un'opera lunga un chilometro, tagliando e lavorando su fogli di carta, preparati a china e disegnati in oro e argento, di quattro metri: 250 tavole, un gigantesco giudizio e svelamento della figura umana.

La sua avventura di pittore inizia con una sonora bocciatura nell'arte del disegno che gli infligge il severo Casorati. Non si scoraggia, continua a frequentare uno zio che ha la passione per la pittura e un abbonamento alla Vie Parisienne. Intanto lavora in banca, alla «San Gaetano», dove il padre ha notevoli capitali, ma dove, soprattutto, conosce Mario Tazzoli, un ragazzo affascinante, sveglio, diviso fra cinema e pittura. Ha finanziato, in parte, lo Sceicco bianco di Fellini, un flop commerciale, ma si è rifatto, insieme al produttore Rovere, con Persiane chiuse, pellicola modesta e di gran successo.

Ma è la pittura a sedurre Tazzoli e con Colombotto Rosso apre in via Viotti la «Galatea», rilevando i locali di antiquario da Filippo Giordano delle Lanze. I due cominciano a correre: Venezia, Parigi, Londra, New York. Vedono alla Biennale Bacon, corrono a Londra a conoscerlo, a comprarlo a rivenderlo all'avvocato Agnelli. E più tardi anche un mio «Nano», che andò a tener compagnia al Bacon e a un ritratto di Virginia Agnelli fatto da Eleonor Fini. Sono gli Anni '50. Sbarcano a New York, vedono «pacchi» di acquarelli di Schive, a 60 dollari l'uno, ne comprano quaranta.

Intanto Colombotto tiene le sue prime mostre alla «Galatea», Testori è uno dei suoi presentatori. Il suo è un mondo inquieto, notturno, dionisiaco, legge Freud e Nietzsche, disegna e dipinge gli orrori dell'uomo, le sue paure, il lato oscuro. Ama il surrealismo e l'espressionismo, la pittura sanguigna e violenta ma trattata con classicità, con la perizia e dolenza dei grandi maestri, Goya su tutti.

Quando Torino gli si fa stretta, racconta oggi, se ne va a Parigi. Ci va con quella sua pittura che può piacere ai bellicosi surrealisti ma anche con quel suo fare ironico e spavaldo, solare. E questa doppia natura incrocia e seduce Leonor Fini, «androgino» mondano, pittrice di valore e gran pubblicitaria di se stessa. Un incontro che si blocca nella memoria privata e pittorica di Colombotto Rosso in un mix di mondanità e ascetismo: case piene di gente e ritiri in conventi semidiroccati in Corsica. L'amicizia con Bianciotti «tuttofare» in casa Fini, e con Genet che gli rivelava i suoi «colpi» nelle gioiellerie romane e i mesi passati in carcere a Torino. «In realtà non aveva sempre bisogno di rubare - dice Colombotto Rosso...
postato da: neoattivista alle ore 08:30 | link | commenti
categorie: arte
martedì, 23 settembre 2008

100 NUOVE SPECIE SQUALI


ANIMALI: ESPERTI, INDIVIDUATE 100 NUOVE SPECIE SQUALI
(ANSA) - SYDNEY, 22 SET 2008 - La scoperta di oltre 100 specie finora sconosciute di squali e di razze in acque australiane, e la maniera migliore di proteggerle, sono fra i temi di un incontro di piu' di 60 esperti mondiali, cominciato oggi a Sydney. La maggior parte delle specie, identificate usando test del Dna da scienziati dell'Ente federale australiano di ricerca Csiro, sono state scoperte al largo della costa orientale del continente. Una di esse - Parascyllum elongatum, o squalo tappeto dal collare - e' cosi' rara che l'unico esemplare conosciuto e' stato trovato nello stomaco di un altro squalo. ''E' una conquista scientifica eccezionale'', ha detto Peter Trott, responsabile per la fauna marina di Wwf Australia, che ospita il convegno sotto l'insegna della Oceania Chondrichthyan Society (Ocs). ''Ora dobbiamo studiare quali cambiamenti nella gestione dell'ambiente marino saranno necessari per proteggere questi animali, ed e' a questo che gli esperti sono chiamati a rispondere'', ha aggiunto. Gli scienziati esamineranno la situazione attuale, le tendenze in atto e la gestione degli squali su scala globale, con particolare attenzione all'Oceania ed al progetto di 18 mesi condotto dal Csiro, che ha nominato formalmente e descritto le 100 specie di squali, razze e chimere. Gli esperti dovrebbero anche lanciare un appello urgente per maggiori ricerche e per una gestione piu' severa della pesca commerciale. Trott ha sottolineato che i pescatori spesso si trovano letteralmente a 'pescare nel buio', non potendo distinguere fra una specie di squalo a rischio e una piu' comune. Gli squali - ha spiegato il responsabile - svolgono un ruolo cruciale negli equilibri e nello stato di salute degli ecosistemi marini, e sono ''estremamente vulnerabili'' alla pesca eccessiva perche' la loro crescita e' molto lenta, sono longevi e poco prolifici. ''Non ci possiamo permettere di perdere gli squali dai nostri oceani'', ha concluso Trott.

(ANSA). XMC

22/09/2008 14:00




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categorie: biologia
venerdì, 19 settembre 2008

NUOVO ALBUM DEI MOTORHEAD

MHDcrestVERSION2Non potevo non spendere 2 parole: il disco è uno dei peggiori che abbiano mai fatto. Lemmy ha scritto diversi album impegnandosi come se fossero gli ultimi, ma poi è sempre andato avanti. Eh si, perchè ad andare al rainbow tutte le sere dopo un po' ci si smarrona  le palle e per divertirsi veramente si deve andare in tour. Il tour è come la gita delle scuole medie superiori. Non è una vacanza: è meglio. Per convincere le case a mandarti in tour devi cagare un album. Grande lemmy!!  Vai avanti finchè puoi(e per come stanno le cose potrai per ancora un bel po' secondo me), perchè tu si che sei veramente un mostro, io se avessi anche solo potuto fare la tua vita on tour per un mese, sarei tornato in barella. Come meglio non poteva andare il nome dei motorhead è sempre più rinomato e questo è il frutto di un lavoro cumulativo di decenni. Mille altri gruppi sono morti, altri persi per strada altri ancora impossibilitati nonostante la voglia e le capacità. Altri ricordati una volta ogni tantoe basta. Il disco nuovo sta andando benissimo e anche gli altri meno recenti lo seguono a ruota. A me piace stare qua in bassa Lombardia e pensare che lemmy phil e mikkey e soci della crew sono in tour a sguarare. Di notte si suona e di giorno si viaggia. E ci si devasta di alcool e di vita il più possibile. Caro Lemmy tu sai di essere un piccolo fossile vivente del fare e vivere la musica; provieni da un periodo in cui le cose funzionavano in modo diverso....stasera brindo alla vostra!

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categorie: musica
sabato, 02 agosto 2008

JUDE L'OSCURO

Jude l'Oscuro (titolo originale Jude the Obscure) è l'ultimo romanzo di Thomas Hardy. Pubblicato inizialmente a puntate su un giornale, venne poi edito come libro completo nel 1895. Il testo, ribattezzato dalla critica Jude the Obscene (Jude l'Indecente), venne inoltre bruciato pubblicamente dal vescovo di Exeter lo stesso anno.

Il protagonista della storia è Jude Fawley, un giovane uomo appartenente alla classe più umile della società, il cui sogno nella vita è di divenire letterato. Altri due personaggi cruciali del racconto sono la volgare prima moglie di Jude, Arabella, e Sue, cugina e seconda moglie.

 

Trama 

Il romanzo racconta la storia di Jude Fawley, un povero giovane che vive nell'immaginaria regione del Wessex e che aspira a divenire studente a "Christminster", una città su modello di Oxford, in Inghilterra. Nel suo tempo libero lavora nella panetteria di sua zia che provvede a insegnargli la lingua greca e il latino. Prima di tentare di entrare all'università, l'ingenuo Jude viene spinto a sposare una grezza e superficiale ragazza del posto, Arabella Donn, che lo lascia nel giro di due anni. Durante questo periodo Jude abbandona completamente lo studio dei classici.

Jude si trasferisce quindi a Christminster e si mantiene facendo il muratore; nel frattempo studia solo, speranzoso di poter accedere poi all'università. Qui incontra e si innamora di Sue Bridehead che sposerà Mr Philloston nonostante l'amore per Jude. Sue è attratta dalla normalità del suo matrimonio con l'insegnante ma in breve tempo si renderà conto della sua infelicità poiché non è minimamente attratta fisicamente dal marito (si scoprirà non essere attratta dalla sessualità in generale).

Sue lascia Philloston per Jude. I due vivono assieme per un po' di tempo senza avere rapporti sessuali e senza sposarsi. Entrambi difatti non vogliono sposarsi per ragioni familiari (matrimoni finiti male) e per la convinzione che l'unione obbligata dalla legge possa distruggere il loro amore. Jude convince Sue ad avere rapporti sessuali con lui e da questi vengono concepiti alcuni bambini. Venne inoltre affidato a Jude il figlio avuto dal matrimonio con Arabella e del quale non seppe nulla fino a quel momento. Il nome del bambino è Jude, soprannominato "Little Father Time".

Jude e Sue vennero completamente emarginati per la loro relazione illegale, specialmente dopo la nascita dei loro figli. Conosciuta la situazione familiare di Jude, i datori di lavoro lo licenziarono e i proprietari terrieri non vollero più avere rapporti con lui. Il precoce primogenito Little Father Time, cosciente dei problemi in casa, decide di uccidere i due figli di Sue strangolandoli con una corda da pacchi e di suicidarsi impiccandosi con una gruccia. Il ragazzo lasciò un biglietto per i genitori con scritto "Fatto perché siamo tropi" (errore voluto dall'autore "Done because we are too menny").

Il trauma di questi eventi spinse Sue a una crisi di colpa per la sua mancata religiosità. Nonostante il ribrezzo provocato dell'ex marito, Sue decide di tornare con lui nella speranza di riacquisire la tranquillità economica e sociale venuta a mancarle durante la storia con Jude. Jude , demoralizzato, viene ingannato attraverso l'uso dell'acol a risposare Arabella. Dopo un'ultima disperata visita a Sue, egli si ammala gravemente e muore.


Temi 

  • Solitudine e sessualità come ostacoli alla realizzazione personale;
  • Povertà come ostacolatrice dei sogni dell'uomo;
  • Critica della morale vittoriana;
  • Superficialità della Chiesa;
  • Crollo dell'ideale dell'Amore;
postato da: neoattivista alle ore 14:30 | link | commenti (1)
categorie: cultura
lunedì, 21 luglio 2008

ARABA FENICE

Gli antichi egizi furono i primi a parlare del Bennu, che poi nelle leggende greche divenne la Fenice. Uccello sacro favoloso, aveva l'aspetto di un'aquila reale e il piumaggio dal colore splendido, il collo color d'oro, rosse le piume del corpo e azzurra la coda con penne rosee, ali in parte d'oro e in parte di porpora, un lungo becco affusolato, lunghe zampe e due lunghe piume — una rosa e una azzurra — che le scivolano morbidamente giù dal capo (o erette sulla sommità del capo). In Egitto era solitamente raffigurata incoronata con l'Atef o con l'emblema del disco solare.

Dopo aver vissuto per 500 anni (secondo altri 540, 900, 1000, 1461/ 1468, o addirittura 12954/ 12994), la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma.

Qui accatastava ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, spigonardo, mirra e le più pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava un nido a forma di uovo — grande quanto era in grado di trasportarlo (cosa che stabiliva per prove ed errori). Infine vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l'incendiassero, e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme mentre cantava una canzone di rara bellezza.

Per via della cannella e della mirra che bruciano, la morte di una fenice è spesso accompagnata da un gradevole profumo. Dal cumulo di cenere emergeva poi una piccola larva (o un uovo), che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova Fenice nell'arco di tre giorni (Plinio semplifica dicendo "entro la fine del giorno"), dopodiché la nuova Fenice, giovane e potente, volava ad Heliopolis e si posava sopra l'albero sacro,

«cantando così divinamente da incantare lo stesso Ra»

- peraltro si dice anche che dalla gola della Fenice giunse il soffio della vita (il Suono divino, la Musica) che animò il dio Shu.


# la Fenice, dal momento che si crea da sé, non può avere alcun Maestro.
# ... essendo un uccello unico (ne esiste soltanto una per volta), è un essere solitario.
# ... è ancora più solitario per via del fatto che non si riproduce.
# ... può vivere centinaia d'anni, ma sempre da sola, senza nessuno dei suoi simili.
# ... pur essendo lo scopo della sua vita quello di riportare la felicità sulla Terra, lei stessa ha dovuto rinunciare alla sua felicità personale e alla possibilità di amare, dal momento che una Fenice non può avere una compagna.
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categorie: cultura
domenica, 25 maggio 2008

UK : NON DIMENTICATELI!

Gli UK furono un gruppo progressive rock britannico dalla vita purtroppo breve. La band fu fondata dal cantante\bassista John Wetton e dal batterista Bill Bruford (insieme nei King Crimson). Il primo chiama il tastierista/violinista Eddie Jobson (conosciuto nei Roxy Music), il secondo il chitarrista Allan Holdsworth (con cui aveva suonato nei Gong). Il loro primo, omonimo album (1978) è considerato un classico nel genere.

Dopo la dipartita di Bruford e Holdsworth per formare la band jazz-rock Bruford, il batterista Terry Bozzio (come Jobson un altro ex-musicista di Frank Zappa) entrò a far parte del gruppo, che registrò il disco "Danger Money". Dopo il seguente tour in Giappone e l'acclamato live "Night After Night" (che conteneva anche alcune tracce inedite), la band si sciolse. Eddie Jobson lavorò poi coi Jethro Tull, mentre John Wetton divenne uno dei fondatori degli Asia e Bozzio formò i Missing Persons con sua moglie.

La musica degli UK era caratterizzata dall'estremo virtuosismo dei componenti, dalle armonie jazz, dall'utilizzo di tempi dispari (come i 7/4 in "In the Dead of Night"), dall'occasionale utilizzo del violino elettrico e dalle inusuali variazioni delle sonorità che Jobson riproduceva col sintetizzatore in sede live.

È da segnalare il fatto che nel 1997 molte voci volevano una reunion degli UK. Un ritorno insieme di Jobson, Wetton e Bruford venne pianificato, ma si trasformò presto nel progetto solista di Eddie Jobson, Legacy, con i contributi di Wetton che vennero rimossi. Legacy conteneva comunque grandi musicisti, come: Tony Levin (King Crimson, Peter Gabriel) e Steve Hackett (ex-Genesis). Il disco rimase però inedito e sembra essere stato completamente abbandonato. Tre canzoni di Legacy vennero anticipate in Voices of Life, una compilation del coro delle voci bulgare. Queste tracce vennero prodotte e composte da Eddie Jobson: lui suona su due di queste, mentre Bruford e Levin suonano sull'altre. Ad oggi le voci sulla reunion continuano, ma niente è ancora stato ufficializzato.


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categorie: musica
venerdì, 18 aprile 2008

RAI E MEDIASET: 2 DATI

La Rai spreca
e Mediaset incassa


Numero di dipendenti e costi generali: sono i due punti deboli della Rai. Se entrambi avessero gli stessi parametri del gruppo del Biscione, dai conti di Viale Mazzini emergerebbe una redditività superiore a quella di Mediaset.
di Giuseppe Turani



Da Affari & Finanza, La Repubblica,
di lunedì 20 settembre 2004

Milano. Sarà che avere il presidente del consiglio che è anche il tuo proprietario aiuta, ma certo i confronti fra i conti della Rai e quelli di Mediaset (e degli altri editori) sono assolutamente devastanti. Se si sommano i risultati dei bilanci degli ultimi cinque anni (compresi quindi anni in cui Berlusconi non era a palazzo Chigi) si ottiene come risultato che Mediaset ha messo insieme un utile netto di 1742 milioni di euro, la Rai invece arriva appena a 145: neanche un decimo di quello che ha fatto Mediaset. E pensare che le due aziende, come dimensioni, non sono molto diverse. La Rai ha fatturato nel 2003 poco più di 2700 milioni di euro, Mediaset è arrivata a poco più di 3 mila milioni. La differenza più grande sta nella composizione di questo fatturato. L'occasione per esaminare questi bilanci è data dalla pubblicazione sul sito di Mediobanca del bilancio Rai 2003 riclassificato dagli esperti della R&S della stessa Mediobanca.

Nel caso della Rai più del 51 per cento dei ricavi arriva dal canone, e solo il 38 per cento dalla pubblicità. Nel caso di Mediaset, invece, più del 95 per cento dei ricavi arriva dalla pubblicità. In sostanza, si tratta di due aziende simili (tutte e due fanno Tv), ma una si ritrova con metà dei ricavi che arrivano dal canone (si suppone con spese di acquisizione molto basse). L'altra, bene o male, deve andarseli a cercare tutti e deve anche cercare di mettere poi quella pubblicità dentro programmi che mantengano comunque una certa audience (altrimenti crolla tutto).
Mettiamo pure nel conto che la Rai deve fare tante cose (per compiti istituzionali), ma certo il confronto fra le due aziende rimane impressionante. E rimangono impressionanti molte altre cose. La Rai impiega un numero di giornalisti che non ha uguali in Italia: 1688 nel corso del 2003. Mediaset se la cava con meno di un quarto, 411. Ma spesso capita che il Tg5 sia più visto del Tg1 e, comunque, fra i due non c'è poi questa grande distanza. Ma quello che resta agli atti, come si può vedere dalla tabella pubblicata qui a fianco, è che in Italia nessuna azienda editoriale, per quanto complessa e articolata, impiega tanti giornalisti come la Rai (che però ha tutte le testate regionali).

Se poi dai giornalisti si passa a considerare i dipendenti in totale siamo di nuovo di fronte a un'esagerazione. In Rai ci sono quasi 11.500 dipendenti contro gli appena 5.600 di Mediaset. E nessun'altra azienda editoriale in Italia arriva alla metà dei dipendenti che ha la Rai.
Ma il dato veramente sconcertante, che lascia davvero perplessi, è quello del fatturato per dipendente. Questo indice misura, in qualche modo, quello che in media produce ogni dipendente. Ebbene, la Rai, salvo il gruppo editoriale Monti, è l'azienda editoriale italiana che presenta il rapporto più basso: appena 243 mila euro per dipendente. A Mediaset, giusto per continuare con questo confronto, ogni dipendente "produce" più del doppio: 535 mila euro.
E qui, purtroppo, non si sfugge. O i dipendenti Rai fanno veramente poco, o sono in troppi, o l'azienda li impiega in attività che non si traducono in fatturato. Quello che è certo, perché sta scritto nei bilanci, è che in media il dipendente Rai porta a casa meno della metà di quello che porta a casa un dipendente Mediaset.

Ma dove si capisce che la Rai è un'azienda aliena, che non vive su questa Terra e con le regole in vigore presso le aziende televisive, è nell'analisi del suo fatturato e dei suoi costi.
Proviamo. Per ogni 100 euro di fatturato della Rai, 39,4 se ne vanno per costi diversi di esercizio, cioè il funzionamento della macchina produttiva e per l'acquisto di prodotti. In pratica il 40 per cento dei proventi della Rai se ne va per questa voce. In Mediaset, ad esempio, i costi diversi di esercizio assorbono meno del 29 per cento del fatturato. Insomma, solo qui ci sono dieci punti percentuali buoni di differenza. Che cosa farà mai la Rai che non facciano anche a Mediaset? Portano la colazione in camera ai funzionari? Li trasportano in giro per Roma in Rolls Royce? Non si sa.

Subito dopo questa voce, arriva la vera botta: il costo del personale. Alla Rai il costo dei dipendenti assorbe il 32 per cento del fatturato (un terzo). A Mediaset siamo appena al 12 per cento: venti punti percentuali in meno. Se la Rai riuscisse a avere un costo del personale in linea con quello di Mediaset (e degli altri gruppi editoriali) avrebbe un bilancio più ricco del 20 per cento.
In sostanza, rispetto a Mediaset la Rai spende (per ogni cento euro di fatturato) 10 euro in più per i costi generali e 20 euro in più per il personale. Se questi costi fossero allineati a quelli dell'azienda del Biscione, la Rai avrebbe un utile più alto di 30 euro (per ogni cento euro di fatturato) e quindi potrebbe presentarsi al mondo denunciano un utile corrente prima delle imposte di 36 euro invece che di 6,1 che dichiara. Una bella differenza. Ma non è finita. Infatti anche i 6,1 euro (sempre su ogni 100 di fatturato) che la Rai denuncia oggi come utile corrente prima delle imposte è un po' (molto) taroccato. Nel 2003 l'azienda ha adottato nuovi criteri per calcolare gli ammortamenti. Se fosse rimasta su quelli vecchi, l'utile appena citato invece di essere uguale a 6,1 euro su 100 di fatturato, sarebbe appena di 2,4 euro. Insomma, se la Rai avesse gli stessi costi di Mediaset avrebbe un risultato finale di oltre 36 euro (per ogni 100 di fatturato) contro i 24,7 di Mediaset: sarebbe cioè più redditizia dell'azienda di Berlusconi. In conclusione: la Rai, come azienda (grazie alla pubblicità e al canone) è assai meglio di Mediaset. Solo che poi, nel corso dell'anno, un buon 30 per cento del fatturato viene impiegato in non si sa bene che cosa (personale e costi vari, appalti, ecc.). La Rai sarebbe una bellissima azienda, e molto redditizia, solo che il 30 per cento del suo utile potenziale viene sprecato in dissennatezze varie e assortite.

In realtà, le cose stanno ancora peggio di quel che si è visto fin qui. Nel 2001 e nel 2002 la Rai ha chiuso i propri bilanci in perdita (48 milioni di euro nei due anni) e nel 2003 avrebbe perso ancora. Si è invece presentata con un utile finale di 83 milioni di euro, ma solo perché ha trovato il modo di fare 104 milioni di euro di ammortamenti in meno. A "parità di ammortamenti" nel 2003 la Rai avrebbe perso 21 milioni di euro, esattamente come nel 2001 (quando ne aveva persi 22).
La Rai, se vogliamo guardare i veri conti e non le alchimie di bilancio, è un'azienda strutturalmente in perdita: sono tre anni di fila che non guadagna un solo euro. Negli stessi anni il suo concorrente diretto (e unico, cioè Mediaset) porta a casa utili che stanno mediamente fra i 200 e i 400 milioni di euro.
Si dirà: ma la Rai ha obblighi che le derivano dal suo essere un servizio pubblico. Può essere, anche se poi non è tanto chiaro che cosa significa oggi, per la Rai, essere un servizio pubblico. Ma il problema cambia solo natura: questo essere servizio pubblico costa cifre spaventose. Negli ultimi cinque anni, se facciamo il confronto con Mediaset, l'essere servizio pubblico è costato 1600 milioni di euro. Una somma con la quale chiunque di noi saprebbe pensare e realizzare qualche servizio assai più pubblico e utile di quello ipoteticamente fornito dalla Rai.
In realtà, come abbiamo visto prima, questi 1600 milioni di euro "sprecati" se ne vanno in stipendi (costosissimi, i più cari del panorama editoriale italiano) e in costi vari (acquisti di prodotti, appalti, servizi generali, ecc.). Insomma, qui di pubblico, a quanto pare, c'è assai poco. Sembra tutta roba molto privata, quasi personale.



(20 settembre 2004)
postato da: neoattivista alle ore 15:47 | link | commenti
categorie: politica
martedì, 15 aprile 2008

DEATH IN JUNE : The Rule Of Thirds

di Giuseppe Pias

 


Prima di tutto una curiosità: nei giorni precedenti l’uscita di “The Rule Of Thirds” i curiosi e gli impazienti avrebbero potuto trovare sulla Rete un “advanced promo” dell’ultimo lavoro di Douglas P.; peccato che quelle 13 tracce altro non fossero che una raccolta di Connie Francis, melensa cantante pop degli anni 50-60... Niente vieta di pensare che dietro il simpatico scherzo non ci fosse altro che lui, mister Death In June, pronto a punire così coloro che non volevano aspettare il momento da lui stabilito. D’altronde sono anni che Douglas P. sfrutta bene le potenzialità del web, con tanto di sito ufficiale (anzi, due), Myspace, ITunes e così via. C’è una ragione precisa, comunque, per iniziare a parlare di “The Rule Of Thirds” con l’aneddoto di cui sopra; nonostante la sua dimestichezza con i mezzi di comunicazione attuali, infatti, questo nuovo lavoro, che segue di quasi quattro anni il precedente “Alarm Agents” in comproprietà con Boyd Rice, appare del tutto slegato da contingenze temporali e da una qualsiasi attualità, e segna una nuova fase nel percorso artistico dell’uomo. Quanto poi questa possa essere feconda, è tutto un altro discorso.

Per introdurlo al meglio, si vuole qui ricordare una differenza emersa proprio in questi anni tra Douglas Pearce e
David Tibet, l’altro grande protagonista del calderone chiamato neofolk, o con altri distinguo folk apocalittico. Laddove quest’ultimo ha ampliato sensibilmente il suo giro di collaborazioni anche con personaggi apparentemente lontani dal suo humus culturale, mantenendo tuttavia intatta la sua vena lirica e poetica, Douglas P. si è definitivamente ritirato in un eremo solitario, in tutti i sensi. Chiuse tutte le collaborazioni, interrotta l’attività dal vivo, il suo Fort Nada in Australia è diventato un bunker dove seppellirvici, con l’unico contatto con il mondo esterno fornito da una connessione via modem per i suoi affari (il tutto detto in senso lato, ovviamente).
Allo stesso modo, la musica di quest’ultimo “The Rule Of Thirds” (per inciso, il titolo richiama un concetto della fotografia che permette di dare equilibrio estetico alla scena da ritrarre), è stata definitivamente spogliata da ogni altra possibile influenza e aggiunta, riducendosi al solo suono di chitarra acustica, solo a tratti sporcato da interferenze ambientali quali estratti da dialoghi, film o stralci sinfonici rimasticati.

Quello che ascoltiamo è quindi una versione purificata di quel folk europeo che lui ha contribuito forse più di altri a rendere genere autonomo e riconoscibile, ma che in realtà si traduce in una semplice rilettura dei temi musicali e lirici che l’hanno fatto conoscere e apprezzare. Le atmosfere rimandano a “Rose Clouds Of Holocaust” e in certi passaggi agli ultimi due album, solo più scarne e rarefatte. Il problema è che il risultato appare ai primi ascolti sconfortante: questo album suona non tanto vecchio, quanto già sentito senza nulla più che lo innervi; pesa soprattutto l’eccessiva monotonia che serpeggia in tutte le tredici canzoni, dovuta alla chitarra monocorde e al canto, sempre carezzevole ma anch’esso poco propenso alle variazioni armoniche, che non trova adeguato risalto data la veste spoglia che lo accompagna.

C’è qualcosa, allora, che impedisce di considerare del tutto bocciato “The Rule Of Thirds”, e guardare con amarezza al declino artistico di questo artista? Forse la consapevolezza che nella loro povertà queste canzoni suonano comunque sincere e appassionate; la voce non ha perso il suo fascino conturbante e le melodie hanno la grazia consueta di altre composizioni.
Si affaccia l’ipotesi che i temi eterni in cui si dibatte Douglas P. non abbiano necessità di altri sfondi, e semmai egli abbia voluto rendere più classico e “incontaminato” il suono che l’ha reso figura di spicco nel panorama gotico e post-industriale.
Ora come ora però questa “purezza” suona impoverita e debole, lasciando il terribile dubbio che dietro cotanta poetica, dietro armonie e miti che pescano nel cuore dell’Europa e che risplendono qui una volta di più, non vi siano altro che sterilità e incapacità di comunicare.

Death In June stavolta sembra suonare per sé, per ribadire a lui stesso innanzitutto un primato e dichiarare di non aver bisogno d’altro, e lo dice infatti tra le righe di “Truly Be”. E se davvero così fosse, sarebbe difficile parlare con cognizione di causa anche delle singole canzoni, che pure mostrano lati ancora interessanti: a parte le prime tre-quattro, che scorrono via senza particolari tratti distintivi, in “The Perfume Of Traitors” la voce assume cadenze velenosamente dolci, le stesse che fecero grandi canzoni come “Runes And Men”.
“Last Europa Kiss” è semplicemente classica nel tema e nelle atmosfere, qui più accese, “My Rhine Atrocity” campiona curiosamente uno stralcio da un film italiano anni Cinquanta, mentre la conclusiva “Let Go”, la più strutturata a livello di produzione, avvolge in un abbraccio caldo e struggente, da ultimo addio. Ma sembra proprio questo il sentimento che si prova al termine dell’ascolto, un addio all’artista e a una proposta che forse ha raggiunto qui il suo ultimo miglio.

In definitiva, “The Rule Of Thirds” difficilmente attirerà nuovi adepti del culto Death In June, e anzi è possibile che molti se ne distacchino, scoraggiati da un lavoro che suona ancora sincero ma non offre molte soluzioni d’ascolto.
Il voto finale, dunque? Lo si consideri in equilibrio tra quella che può essere la valenza di questo disco, e la speranza che dopo essersi spogliati di tutto, si abbia la volontà di percorrere una strada diversa per esprimere la propria visione artistica.

(01/04/2008)

 

 

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categorie: musica